Capitolo 05
La vigilia della partenza, tirai fuori da cassetti, scatole e piccoli scrigni tutto ciò che Sebastiano mi aveva donato negli anni.
Un pettine d’argento.
Due bracciali.
Una spilla di perle.
Un anello con una pietra troppo grande e troppo fredda.
Alcuni biglietti, scritti con quella grafia elegante che sembrava sempre dire meno di quanto avrebbe dovuto.
Messo insieme, tutto occupava una sola scatola.
Rimasi a guardarla per un pezzo.
Sei anni della mia giovinezza, una reputazione consumata, un abito da sposa disfatto e ricucito fino allo sfinimento, e il bilancio materiale di quell’amore stava dentro una scatola che Lina riusciva a sollevare con una mano.
All’inizio, i regali erano stati più numerosi.
Poi, con il passare del tempo, Sebastiano aveva cominciato a offrirmeli solo quando doveva addolcire una ferita. Più il suo cuore si allontanava, più gli oggetti diventavano costosi; come se il valore di una pietra potesse compensare l’assenza di una scelta.
Decisi di restituirglieli.
Non per rabbia.
Per chiudere un conto.
Andai alla tenuta Moretti nel pomeriggio, quando la luce dorata rendeva i muri di pietra quasi gentili. Alla porta principale nessuno mi fermò. Ero stata la fidanzata di Sebastiano per così tanto tempo che persino i servi, credo, avevano finito per considerarmi un mobile destinato a restare.
Arrivata vicino allo studio, sentii una voce maschile.
«Sebastiano, tua madre dice che se insisti con questa follia rovinerai l’alleanza con i Serra senza guadagnare nulla.»
Era Tommaso Ricci, consulente finanziario della famiglia.
Mi fermai.
La porta era socchiusa.
«Non è una follia,» rispose Sebastiano. «È una misura temporanea.»
Il modo in cui pronunciò quelle parole mi fece gelare le mani intorno alla scatola.
«Temporanea?» chiese Tommaso.
«Il dottor Celso Marinelli deve un favore alla famiglia Moretti, ma ha una regola assurda: accetta di curare soltanto membri ufficiali della nostra casa. La terapia che propone non è ufficiale, e Marinelli non accetta rischi se non sotto la protezione legale diretta della famiglia Moretti. La cura di Viviana richiede il suo intervento. Se Viviana diventa mia moglie, lui non potrà rifiutare.»
Ci fu un lungo silenzio.
Poi Tommaso domandò, più piano:
«E Adele?»
Il mio nome, detto da un estraneo, sembrò più fragile di quanto non fosse mai stato sulle labbra di Sebastiano.
«Adele capirà.»
«È stata umiliata per sei anni. Non temete che reagisca?»
Sebastiano rise.
Non una risata crudele.
Peggio.
Una risata sicura.
«Adele mi ama. È impulsiva quando si sente ferita, ma basta parlarle con dolcezza e torna sempre ragionevole.»
Le dita mi fecero male contro il legno della scatola.
«Sposerò Viviana solo finché sarà necessario. Quando sarà guarita, scioglieremo l’unione e io sposerò Adele. Agli occhi degli altri sarà come se avesse aspettato qualche anno in più. Non sarebbe una novità.»
Qualche anno in più.
Non una vita.
Non una dignità.
Non un’umiliazione pubblica dopo l’altra.
Solo qualche anno in più.
Sentii qualcosa dentro di me svuotarsi completamente. La rabbia arrivò dopo, ma prima ci fu un sollievo così netto da farmi quasi vacillare: avevo fatto bene a presentare il mio nome alla Casa Madre. Avevo fatto bene a scegliere il monastero. Avevo fatto bene a non credere più ai dolci alla mandorla e alle promesse rimandate.
Appoggiai la scatola a terra, davanti alla porta dello studio.
Non bussai.
Non entrai.
Me ne andai.
Quella sera vendetti i gioielli che mi appartenevano legalmente e feci mettere il ricavato in un conto intestato soltanto a me, sotto la tutela di nonna Eleonora. Non era vendetta, mi dissi mentre firmavo i documenti.
Era risarcimento.
Poco, certo.
Ma almeno, per una volta, qualcosa di quei sei anni tornava nelle mie mani.
