Capitolo 06
Partii il dieci ottobre.
Il cielo di Valdora era limpido, di un azzurro quasi crudele, come se la città volesse apparire bellissima proprio nel giorno in cui la lasciavo.
Secondo il regolamento, avrei dovuto raggiungere la Casa Madre già alcuni giorni prima, insieme alle altre giovani donne scelte per accompagnare Donna Costanza. La Madrina, tuttavia, aveva concesso a tutte un breve periodo per congedarsi dalle famiglie.
Io non avevo molto da cui congedarmi.
Mia madre mi vide scendere le scale con due bauli e una borsa da viaggio. Corrugò la fronte.
«Dove vai con tutta questa roba? Viviana è ancora agitata. Oggi avresti dovuto restare con lei.»
«Vado al Monastero di Santa Velia.»
Il suo volto si distese subito.
«Finalmente un pensiero generoso. Pregare per tua sorella le farà bene, e forse farà bene anche a te. Cerca di non creare problemi, Adele, e torna presto.»
Torna presto.
Sorrisi.
Non dissi che “presto”, in quel caso, significava tre anni.
Non dissi che, una volta varcato il portone di Santa Velia, nessuna richiesta della famiglia Serra avrebbe avuto valore senza il consenso di Donna Costanza.
Non dissi niente.
Alcune verità sono più efficaci quando arrivano troppo tardi.
La carrozza lasciò la tenuta Serra poco dopo l’alba. Quando passammo davanti alla strada che conduceva alla proprietà dei Moretti, chiesi al cocchiere di fermarsi.
Avevo con me una seconda scatola.
Dentro c’erano due cose.
L’invito per il compleanno di Sebastiano, ricevuto due settimane prima.
E i documenti per lo scioglimento del fidanzamento.
Avrei potuto consegnarli a un servo e andarmene, ma una parte di me, piccola e ostinata, voleva vedere per l’ultima volta il luogo in cui avevo creduto di entrare come moglie.
Attesi nel grande atrio della tenuta per quasi un’ora.
Sebastiano non venne.
Alla fine, il suo uomo di fiducia, Martino, si avvicinò con un’espressione difficile.
«Signorina Serra, il signor Sebastiano non è in casa.»
«Dov’è?»
Martino esitò.
«Forse sarebbe meglio che tornaste un altro giorno.»
«Non ci sarà un altro giorno.»
Lui comprese dal mio tono che non stavo facendo una scena.
«È alla Gioielleria Aurora,» disse infine. «Con la signorina Viviana.»
Naturalmente.
Stavano scegliendo gioielli.
Forse per una cerimonia temporanea.
Forse per una menzogna abbastanza elegante da essere presentata come sacrificio.
Consegnai la scatola a Martino.
«Datela a lui. Oppure a Donna Lavinia. Non ha importanza, purché arrivi alla famiglia.»
Martino guardò il sigillo sui documenti e impallidì appena.
«Signorina…»
«Addio, Martino.»
Risalii in carrozza.
Non avrei voluto passare davanti alla Gioielleria Aurora, ma a Valdora certe strade sembravano disegnate apposta per costringerti a guardare ciò che stai lasciando.
Li vidi sul marciapiede.
Sebastiano indossava un abito grigio chiaro, Viviana un mantello color crema. Erano vicini, troppo vicini, e quando la carrozza rallentò per via del traffico, lei alzò lo sguardo e mi riconobbe.
Sorrise.
Poi disse qualcosa a Sebastiano.
Lui si voltò.
Pochi istanti dopo, i loro uomini fermarono la carrozza.
Sebastiano si avvicinò al finestrino.
«Adele, dove stai andando?»
Scostai appena la tendina.
«A Santa Velia.»
Lui sembrò sorpreso.
«Tu non hai mai creduto molto a queste pratiche.»
«Le persone cambiano.»
Il suo sguardo si fece più freddo.
«Forse ti farà bene. Leggere testi sacri, vivere con maggiore disciplina… ti aiuterà a calmare quel carattere che ultimamente sta diventando difficile.»
Viviana abbassò gli occhi con aria delicata.
Io guardai Sebastiano un’ultima volta.
Non c’era nulla da dire.
«Partiamo,» ordinai al cocchiere.
La carrozza riprese a muoversi.
Dietro di noi, Sebastiano rimase immobile in mezzo alla strada, con Viviana al fianco e la convinzione, ancora intatta, che io stessi solo allontanandomi per poi tornare più docile.
Io invece sentii, con una chiarezza che non avevo mai provato, che da quel giorno, qualunque distanza ci fosse stata tra noi, non sarebbe mai stata grande quanto quella che mi si era aperta nel cuore.
