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Tre Volte No

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Riepilogo

Dopo sei anni trascorsi ad aspettare un matrimonio che non arriva mai, Adele Serra capisce finalmente di essere stata sempre la persona sacrificabile nelle scelte degli altri. Quando il suo fidanzato sceglie ancora una volta di mettere sua sorella prima di lei, Adele prende una decisione inaspettata: lasciare tutto alle spalle e rifugiarsi lontano da una famiglia che ha sempre chiesto il suo sacrificio. Ma quella fuga non sarà una resa. Lontana dalle aspettative della società e dai legami che l’hanno imprigionata, Adele scoprirà il proprio valore, costruirà una nuova identità e incontrerà persone capaci di vedere in lei qualcosa di diverso dalla semplice pazienza.

Crescita FemminileSofferenza e Trionfodolce La Sostituta

Capitolo 01

Quando mia sorella Viviana tornò a casa dopo il divorzio, Sebastiano Moretti rimandò il nostro matrimonio per la terza volta.

Lo disse con la stessa voce con cui, di solito, si chiedeva a una domestica di chiudere una finestra: senza crudeltà apparente, senza esitazione, con quella calma educata che rendeva ancora più difficile protestare.

«Adele, Viviana è appena rientrata in famiglia. Ha già sofferto abbastanza. Celebrando le nozze adesso, la metteremmo in una posizione insopportabile e, se lei crollasse davanti agli ospiti, tutti direbbero che tu hai voluto umiliarla.»

Annuii.

Non perché fossi d’accordo.

Perché, dopo sei anni, avevo imparato che gli uomini come Sebastiano non formulavano richieste quando avevano già deciso: offrivano soltanto alla donna davanti a loro l’illusione di poter rispondere.

Quella era la terza volta.

La prima, mi aveva detto che doveva completare la sua formazione fuori dalla città, presso l’Accademia di Valcosta. Partì con Viviana, che, a suo dire, aveva bisogno di cambiare aria per via della sua salute fragile, e rimase accanto a lei per tre anni.

La seconda, quando Viviana sposò un uomo della famiglia Bellori e venne mandata a Porto Chiarivo, Sebastiano spiegò che la presenza dei Moretti in quella zona era troppo delicata per essere lasciata a estranei. Partì di nuovo, e di nuovo mi chiese di aspettarlo.

Altri tre anni.

Io avevo ventiquattro anni quando il nostro fidanzamento era stato annunciato ufficialmente davanti alle famiglie.

Ora ne avevo trenta.

Nel nostro mondo, una donna di trent’anni ancora non sposata non era considerata libera, né prudente, né semplicemente sfortunata. Era un argomento da salotto, una frase sussurrata dietro i ventagli, una battuta servita insieme al vino dolce.

Ero diventata, agli occhi dell’alta società di Valdora, la promessa sposa che nessuno veniva mai a prendere.

Quella sera, però, mentre Sebastiano continuava a parlarmi attraverso la tenda sottile che divideva il salotto dalla stanza in cui stavo provando l’abito nuziale, qualcosa dentro di me smise di piegarsi.

Non si ruppe.

Si raddrizzò.

«Viviana è in uno stato emotivo molto fragile,» aggiunse lui. «Se ci sposassimo ora, si sentirebbe messa da parte dalla sua stessa famiglia. Lo capisci, vero? Tu sei sempre stata la più ragionevole.»

La più ragionevole.

La più paziente.

La più facile da sacrificare.

Dietro la stoffa color avorio, abbassai gli occhi sull’abito che avevo cucito e ricucito per anni, finché ogni punto non era diventato una piccola promessa infilata nella seta. La mia mano si chiuse sul corpetto con tanta forza da stropicciarlo.

«Adele?» chiese lui, dopo un silenzio troppo lungo. «Dimmi qualcosa.»

Che cosa avrei potuto dire?

Che il divorzio di Viviana non era colpa mia?

Che la sua tristezza non avrebbe dovuto valere più della mia vita?

Che ero stanca di essere chiamata buona ogni volta che qualcuno aveva bisogno di portarmi via qualcosa?

Lo pensai.

Non lo dissi.

Chiesi soltanto, con una calma che non mi apparteneva:

«E se io non accettassi?»

Dall’altra parte della tenda, il silenzio si fece più duro.

Poi la voce di Sebastiano cambiò.

«Non renderti ridicola. Viviana è tua sorella.»

«E io cosa sono?»

La domanda mi uscì prima che potessi trattenerla.

Lui sospirò, e in quel sospiro c’era tutta la sua impazienza, tutta la sua convinzione che la mia sofferenza fosse un capriccio e quella di Viviana una tragedia.

«Se insisti con questo atteggiamento, sarò costretto a chiedere alla Casa Madre di mandare due istitutrici di protocollo a istruirti. Una futura signora Moretti non può mostrarsi tanto meschina.»

Il sangue mi si gelò.

Essere educata da istitutrici di protocollo inviate dalla famiglia dello sposo significava una cosa sola: dichiarare al mondo che non avevo portamento, misura, decenza. Per una donna della mia posizione, sarebbe stata una macchia impossibile da cancellare.

E Sebastiano lo sapeva.

Non stava cercando di correggermi.

Stava cercando di spaventarmi.

Mi sedetti lentamente, ancora avvolta nell’abito da sposa, e guardai il mio riflesso nello specchio. Il volto che mi restituì non sembrava quello di una donna tradita. Sembrava quello di qualcuno che aveva finalmente compreso il prezzo della propria obbedienza.

«Va bene,» dissi.

La mia voce tremò appena.

Sebastiano parve rilassarsi.

«Lo sapevo. Tu sei sempre stata la più sensata.»

Sorrisi.

Non poteva vedermi.

Meglio così.

Perché, se mi avesse vista in quel momento, forse avrebbe capito che non gli stavo concedendo altro tempo.

Gli stavo dicendo addio.

Quella notte andai da mia nonna Eleonora.

Era l’unica persona della famiglia Serra che non avesse mai scambiato la mia pazienza per mancanza di orgoglio. Mi ricevette nel suo studio, avvolta in uno scialle scuro, con il rosario tra le dita e gli occhi ancora lucidi di una vecchiaia che non aveva indebolito nulla, se non il corpo.

«A quest’ora,» disse, «una nipote viene da me solo per due ragioni: ha commesso una sciocchezza, oppure ha finalmente deciso di smettere di subirne una.»

Mi inginocchiai davanti a lei.

«Nonna, voglio che tu presenti il mio nome alla Casa Madre.»

Le sue dita si fermarono sui grani del rosario.

«Per accompagnare Donna Costanza al monastero?»

Annuii.

Ogni tre anni, la Madrina della Casa Madre si ritirava nel Monastero di Santa Velia, sull’isola di Neravia, per presiedere ai riti di benedizione delle famiglie. Dieci giovani donne, scelte tra le case alleate, la accompagnavano come dame di compagnia e di preghiera.

Una volta varcato il portone del monastero, nessuna poteva lasciare l’isola per tre anni.

Tre anni senza balli.

Senza matrimoni.

Senza famiglie che bussassero alla porta quando avevano bisogno di usare il tuo silenzio.

Nonna Eleonora mi guardò a lungo.

«Adele, sai cosa significa?»

«Sì.»

«Sai che, una volta dentro, nemmeno Sebastiano Moretti potrà trascinarti fuori senza l’autorizzazione della Madrina?»

Fu allora che sentii le lacrime salirmi agli occhi.

Non per paura.

Per sollievo.

«È proprio per questo che voglio andare.»

Il giorno della partenza, inviai alla tenuta Moretti i documenti per sciogliere il fidanzamento.

Più tardi seppi che Sebastiano, l’uomo sempre calmo, sempre misurato, aveva vegliato per un mese intero davanti al portone del Monastero di Santa Velia, nella speranza di intravedere anche solo l’ombra della ragazza della famiglia Serra.

Ma quando arrivò, io avevo già smesso di aspettarlo.