Capitolo 04
Il giorno seguente, Donna Clarissa Berti organizzò un ricevimento nella sua villa di Valleriva, invitando mogli e figlie delle famiglie alleate.
Non avevo alcuna intenzione di andarci.
Mia madre, però, entrò nella mia stanza già vestita per uscire, con Viviana al braccio e l’espressione di chi considerava il mio consenso una formalità.
«Adele, vieni con noi. Viviana non si sente bene e, se dovessi occuparmi degli ospiti, potrei non accorgermi subito se le mancasse il respiro.»
Guardai mia sorella.
Indossava un abito color perla, due file di diamanti al collo e un velo di cipria perfetto sulle guance. La sua fragilità, quel giorno, era particolarmente ben truccata.
Forse perché mancavano poche ore alla mia partenza.
Forse perché, ormai, dentro di me la paura si era consumata fino a diventare spazio.
Per la prima volta, risposi a mia madre senza abbassare lo sguardo.
«Se Viviana sta così male, dovrebbe restare a casa.»
L’aria nella stanza cambiò.
Viviana sgranò gli occhi, poi le lacrime le riempirono il volto con una rapidità quasi teatrale.
«Lo sapevo,» sussurrò. «Adele mi considera un peso. Sono divorziata, malata, senza più una casa mia, e adesso perfino mia sorella vorrebbe chiudermi in camera perché la mia presenza la imbarazza.»
Mia madre impallidì.
«Viviana, tesoro, non dire così.»
Io risi piano.
Non fu una risata allegra.
«Viviana partecipa a ricevimenti, visite di beneficenza e pranzi privati quasi ogni giorno. A giudicare dalla sua agenda, è più resistente di tutti noi.»
Non riuscii a finire.
Sebastiano, che era appena entrato dietro mia madre, mi raggiunse con due passi e mi colpì.
Lo schiaffo risuonò nella stanza con una chiarezza oscena.
La testa mi girò di lato.
Per qualche secondo non sentii altro che il sangue pulsare nella guancia.
Poi arrivò il dolore, caldo, violento, umiliante.
Sebastiano aveva il volto contratto da una rabbia che non gli avevo mai visto rivolgere a Viviana.
«Ti rendi conto di quello che dici?» domandò. «Vuoi davvero spingere tua sorella alla disperazione solo perché hai accumulato rancore?»
Mi aggrappai allo schienale della sedia.
Nessuno parlò.
Mia madre distolse gli occhi.
Viviana pianse più forte.
Sebastiano continuò, più freddo:
«Dopodomani invierò personalmente le istitutrici di protocollo a casa tua. Quando avrai imparato a comportarti, riparleremo del matrimonio.»
Il matrimonio.
Ancora.
Come se fosse un premio da ritirare dopo aver superato l’esame della sottomissione.
Quella sera andai comunque al ricevimento, con metà viso coperto da un velo leggero e l’altra metà trasformata in una prova che tutti finsero di non vedere.
Nel salone dei Berti, tra lampadari, musica e profumo di gardenie, mi sedetti in un angolo appartato. Non volevo parlare. Non volevo sorridere. Volevo soltanto che quelle ore finissero.
Invece le voci arrivarono lo stesso.
«È lei, vero? Adele Serra.»
«Quella che Sebastiano Moretti continua a rimandare.»
«Trent’anni e ancora nessuna cerimonia. Che tristezza.»
«Tristezza? Io direi ostinazione. Una donna con un minimo di orgoglio avrebbe già capito.»
«Forse lui ha sempre voluto l’altra sorella.»
«Viviana almeno è delicata. Adele ha quell’aria… non so, troppo rigida. Troppo amara.»
«Dicono che stia andando al monastero. Era ora.»
Mi portai la tazza alle labbra.
Il tè era freddo.
O forse ero io.
Avevo sentito parole peggiori, mi dissi.
Non dovevo piangere.
Non davanti a loro.
Non davanti a donne che avrebbero trasformato le mie lacrime in una storia da raccontare al prossimo pranzo.
Mi alzai e raggiunsi il terrazzo, dove l’aria della sera mi colpì il volto gonfio. Fu lì che vidi un uomo appoggiato alla balaustra, lontano dal brusio del salone. Non lo conoscevo di persona, ma il suo nome lo conoscevano tutti.
Adriano Greco.
Erede della famiglia Greco, nipote prediletto del Capofamiglia, uomo troppo giovane per essere già temuto e troppo indifferente per cercare di piacere.
Mi guardò la guancia.
Poi distolse lo sguardo, non per imbarazzo, ma per una forma di rispetto che mi colpì più di quanto avrei voluto.
«Non ho visto niente,» disse.
«Allora perché mi state parlando?»
«Perché a volte ciò che non si vede grida più forte.»
Dovetti trattenere una risposta.
Lui sorrise appena.
«Partite davvero per Santa Velia?»
Mi irrigidii.
«Non sapevo fosse un’informazione pubblica.»
«Non lo è. Ma Donna Costanza è mia zia, e io, a differenza dei salotti di Valdora, tendo ad ascoltare quando una donna sceglie una porta d’uscita invece di un’altra gabbia.»
Lo guardai meglio.
«Voi parlate sempre così?»
«Solo quando cerco di non dire cose peggiori.»
Per la prima volta dopo giorni, quasi sorrisi.
Adriano si staccò dalla balaustra.
«A Santa Velia nessuno potrà costringervi a ricevere istitutrici di protocollo. Né uomini che confondono il loro rimorso con il vostro destino.»
Il cuore mi diede un colpo.
«Non sapete nulla di me.»
«So abbastanza da augurarvi buon viaggio.»
Poi rientrò nel salone, lasciandomi sola con una frase che avrebbe continuato a tornarmi in mente per tutta la notte.
Una porta d’uscita.
Non una fuga.
