Capitolo 03
«Hai riflettuto bene?» mi chiese nonna Eleonora, il mattino dopo.
Sul tavolo del suo studio c’erano già i documenti della Casa Madre, sigillati con cera scura. La mia richiesta era stata accettata quasi subito, non perché la famiglia Serra avesse un grande peso, ma perché poche giovani donne desideravano passare tre anni in un monastero sperduto, lontano dai balli, dalle trattative matrimoniali e dai salotti in cui si decidevano i futuri più convenienti.
«Sì,» risposi.
«Una volta a Santa Velia, non potrai tornare indietro solo perché ti sentirai sola.»
«La solitudine mi spaventa meno della compagnia sbagliata.»
Nonna Eleonora sospirò.
«Quel ragazzo Moretti meriterebbe che io andassi alla Casa Madre a chiedere conto di ogni umiliazione.»
«No.»
La mia voce uscì più rapida di quanto avessi previsto.
Lei mi studiò.
«Hai ancora paura di farlo arrabbiare?»
«No. Ho paura che lo costringiate a sposarmi.»
Il silenzio che seguì fu lungo.
«Adele…»
«Se Sebastiano mi sposasse perché gli anziani della famiglia glielo ordinano, passerei il resto della vita a pagare per quella costrizione. Ogni gesto freddo, ogni notte solitaria, ogni fuga da Viviana diventerebbe colpa mia. No, nonna. Non voglio un marito ottenuto come risarcimento.»
Nonna Eleonora chiuse gli occhi, e per la prima volta mi sembrò davvero vecchia.
«Mi dispiace di non averti portata via prima.»
Le presi la mano.
«Mi stai aiutando ad andar via adesso.»
Nei giorni successivi, rimasi nella mia stanza.
Non andai da Sebastiano.
Non scrissi a Viviana.
Non cercai di spiegare a mia madre che non stavo andando al monastero per pregare affinché mia sorella guarisse dalla sua malinconia da divorziata.
Lessi le preghiere che mi erano state consegnate, imparai le regole di Santa Velia, preparai abiti semplici e lettere che non avrei spedito. Per la prima volta dopo anni, le mie giornate non ruotavano intorno alla domanda: Sebastiano verrà oggi?
Passò un mese.
Un pomeriggio, mentre copiavo un salmo sul quaderno, Lina entrò con gli occhi incerti.
«Il signor Moretti è qui.»
La penna si fermò tra le mie dita.
«Quale Moretti?»
«Il signor Sebastiano.»
Aveva portato una scatola di dolci alla mandorla, i miei preferiti quando ancora credeva utile ricordare ciò che amavo. Entrò nella stanza con il sorriso di chi si aspetta di essere accolto dopo una piccola assenza, non dopo un mese di silenzio.
«Adele,» disse, con una nota di rimprovero quasi affettuoso, «perché non sei più venuta a trovarmi?»
Sollevai gli occhi.
Per un istante rividi il ragazzo delle lanterne.
Poi vidi l’uomo che mi aveva minacciata con le istitutrici di protocollo.
«Non eri stato tu a dirmi di non presentarmi da te senza motivo?»
Sebastiano rimase immobile.
Era chiaro che ricordava.
Il giorno dopo l’ennesimo rinvio del matrimonio, ero andata a cercarlo alla tenuta Moretti. Lo avevo trovato con Viviana nella sala dei gioielli di famiglia, mentre le mostrava un collier di zaffiri appartenuto a sua nonna. Quando mi vide, non si alzò. Non mi chiese come stessi. Si limitò ad aggrottare la fronte.
«Adele, se non c’è nulla di urgente, evita di venire continuamente da me. Sei davvero… pesante, a volte.»
Pesante.
Io, che avevo alleggerito la sua vita per sei anni.
Adesso, davanti a me, Sebastiano sembrava quasi turbato dal ricordo delle proprie parole.
«Ero irritato,» disse. «Non avresti dovuto prenderla così sul serio.»
«Io tendo a prendere sul serio ciò che mi ferisce.»
Lui si avvicinò di un passo, poi si fermò, forse perché il mio sguardo non lo invitava più a entrare.
«Viviana sta meglio. Le cose si sistemeranno. Appena sarà più stabile, celebreremo le nozze con tutti gli onori.»
Guardai i dolci nella scatola.
Un tempo, li avrei presi come una prova d’amore.
Ora mi sembravano ciò che erano: un piccolo prezzo pagato per comprare ancora la mia pazienza.
«E se Viviana non fosse mai stabile?» chiesi.
Sebastiano corrugò la fronte.
«Che vuoi dire?»
«Niente.»
Non aggiunsi altro, perché avevo imparato che certe domande non servono a cambiare la risposta. Servono solo a costringerti a guardarla.
Lui sospirò.
«Adele, non trasformare ogni cosa in una tragedia. Sei sempre stata diversa da Viviana: più forte, più lucida. È anche per questo che ti ho scelta.»
La frase avrebbe dovuto lusingarmi.
Invece mi sembrò un’altra condanna.
Mi aveva scelta perché ero capace di sopportare.
Non perché fossi amata.
