Capitolo 02
Dopo che Sebastiano se ne fu andato, tolsi l’abito da sposa senza chiedere aiuto.
La seta scivolò dalle mie spalle e cadde sul tappeto con un suono morbido, quasi rispettoso, come se persino quella stoffa, dopo sei anni passati ad aspettare un giorno mai arrivato, fosse stanca di restare appesa alla speranza.
La mia cameriera, Lina, spalancò gli occhi.
«Signorina Adele, quell’abito… lo avete cucito per sei anni. Non potete lasciarlo per terra così.»
Sei anni.
Avevo cominciato a ricamarlo il giorno in cui il fidanzamento con Sebastiano era stato annunciato ufficialmente.
All’inizio lavoravo con gioia: sceglievo il pizzo, confrontavo i veli, immaginavo la navata della cappella Moretti piena di fiori bianchi e il momento in cui lui, vedendomi arrivare, avrebbe capito che tutti quegli anni avevano avuto un senso.
Poi, dopo il primo rinvio, lo disfeci quasi per intero e lo modificai, convincendomi che tre anni avrebbero reso il matrimonio più solido.
Dopo il secondo rinvio, cambiai le maniche, accorciai lo strascico, sostituii alcune perle rovinate dal tempo e mi dissi che la pazienza era una virtù nobile, non una condanna.
Quella sera, guardando l’abito sul tappeto, compresi finalmente che non avevo ricamato una promessa.
Avevo ricamato la mia prigione.
«Lina,» dissi piano, «portalo via.»
Lei esitò.
«Volete conservarlo?»
«No.»
La parola uscì senza tremare.
«Brucialo, vendilo, taglialo per farne tende. Fa’ quello che vuoi. Purché domani mattina io non lo veda più.»
Lina mi guardò come se non mi riconoscesse.
Forse non mi riconoscevo nemmeno io.
Quando rimasi sola, aprii la scatola di cedro dove conservavo i ricordi di Sebastiano. Il primo nastro, la prima lettera, una spilla d’argento, un fazzoletto con le sue iniziali, qualche biglietto inviato nei rari periodi in cui si ricordava di dovermi rassicurare.
Poche cose.
Troppo poche per sei anni di attesa.
Eppure, un tempo, anche il più piccolo gesto di Sebastiano mi sembrava abbastanza per resistere.
Perché io lo avevo amato prima di capire cosa significasse amare qualcuno che non ti sceglie.
Avevo sette anni quando lo incontrai.
Allora mio padre non era ancora un uomo rispettato tra le famiglie di Valdora. Era l’amministratore finanziario di una casa minore, con uno stipendio discreto ma non sufficiente a coprire le ambizioni di mia madre, le spese della famiglia e le cure continue di Viviana.
Viviana era fragile fin da bambina.
O almeno così dicevano tutti.
Aveva il viso pallido, il respiro leggero, la straordinaria capacità di ammalarsi ogni volta che qualcosa non andava secondo i suoi desideri. Se voleva un nastro, lo otteneva. Se voleva sedersi al mio posto, io mi alzavo. Se voleva un dolce che avevo in mano, mia madre mi diceva di essere buona e di lasciarglielo.
La prima volta in cui provai a dire no fu per una lanterna.
Non era nemmeno una lanterna preziosa: era fatta di vetro colorato e carta dorata, comprata per la festa di San Velio al mercato d’inverno. L’avevo desiderata per mesi; avevo supplicato mio padre finché, la vigilia della festa, lui aveva ceduto e me l’aveva portata.
Viviana la vide e cominciò a piangere.
Mia madre mi ordinò di dargliela.
Io la strinsi al petto.
«No.»
Ricordo ancora il silenzio dopo quella parola.
Non perché fosse una parola grande.
Perché, in quella casa, detta da me, sembrava un sacrilegio.
Mia madre mi schiaffeggiò.
Non fu un colpo particolarmente forte, ma bruciò più di qualsiasi ferita, perché insieme alla guancia mi colpì la certezza, mai detta ma sempre presente, che la mia tristezza valesse meno del pianto di mia sorella.
La mattina dopo scappai.
Camminai senza sapere dove stessi andando, oltre le strade del quartiere Serra, oltre il mercato, fino a perdermi vicino alla vecchia stazione delle carrozze. Avevo freddo, fame e una dignità minuscola, appesa ancora al ricordo di quella lanterna.
Fu lì che incontrai Sebastiano Moretti.
Aveva tredici anni, già vestito come un piccolo adulto, con il cappotto scuro e lo sguardo serio dei bambini cresciuti tra uomini pericolosi. Mi trovò seduta su un gradino, con il viso sporco di lacrime, e invece di chiedermi perché fossi sola, si sedette accanto a me.
Mi ascoltò.
Non mi disse che dovevo capire Viviana.
Non mi disse che dovevo essere buona.
Mi portò in una bottega e comprò dieci lanterne.
«Così,» disse, mettendomele davanti una a una, «se qualcuno te ne prende una, te ne resteranno nove.»
Io smisi di piangere.
Forse fu allora che iniziai ad amarlo.
Non perché mi avesse comprato delle lanterne, ma perché, per la prima volta, qualcuno sembrava aver capito che non volevo più essere privata di tutto.
Per anni, Sebastiano fu così.
Se Viviana riceveva un regalo, lui ne portava due anche a me. Se mia madre mi rimproverava per essere poco accomodante, lui mi diceva che non ero obbligata a sparire solo perché mia sorella tossiva più forte. Quando qualcuno rideva del mio carattere troppo serio, lui si metteva davanti a me e rispondeva al mio posto.
Io credetti che sarebbe rimasto sempre così.
Poi, lentamente, cambiò.
La sua protezione diventò consiglio.
Il consiglio diventò rimprovero.
E un giorno, con la stessa voce di mio padre e di mia madre, anche lui mi disse:
«Viviana sta male, Adele. Cerca di capirla.»
Non ricordo il momento esatto in cui smise di stare davanti a me e cominciò a spingermi indietro.
Forse non esiste un momento esatto.
Forse le persone non cambiano davvero; semplicemente, a un certo punto, mostrano di aver sempre saputo da che parte conveniva stare.
La mattina dopo sarei andata da nonna Eleonora.
E per la prima volta, invece di aspettare che qualcuno scegliesse me, avrei scelto io dove sparire.
