Capitolo 6 Sei mio
Rientrò nel suo ufficio, si sedette alla scrivania e posò il mento sui palmi chiudendo gli occhi. Era rischioso buttarsi in questa avventura, lui aveva qualcosa che la faceva sentire in pericolo. Desiderava che la giornata passasse in fretta e Stefano non si era ancora fatto sentire. Patty entrò in silenzio con in mano una camomilla e si accorse subito che c’era qualcosa che non andava.
«Cosa c’è ora, certo che sei strana.»
E chi non lo sapeva, che era combattuta nel profondo? Che non era facile decidere, ogni cosa o persona che avesse scelto, sarebbe stata la sua vita a pagarne le conseguenze. A volte era meglio lasciar fare al destino, non scegliere, non decidere, non prendere posizioni, solo lasciarsi andare agli eventi. Sbuffò appoggiandosi allo schienale e accettò di buon grado la camomilla.
«Hai notizie da Stefano?»
«Non ancora.»
«Ascolta, se non si fa sentire parti con Eros, è sempre meglio che stare ad aspettare e magari ti diverti.»
Forse Patty aveva ragione. Il buio arrivò presto, le sue amiche cominciarono a mandarle messaggi. Non aveva più voglia di uscire, sentiva il bisogno di stare da sola. Sistemò ogni cosa, la scrivania era in ordine e tutto era pronto, la nostalgia stava facendo breccia nel suo povero cuore. Qualcuno bussò alla porta e lei disse uno stanco: «Avanti.»
Due occhi allegri, niente a che fare con quelli del primo pomeriggio si affacciarono alla porta.
«Ancora qui? Non va a casa?»
Eros era spettacolare, anche dopo una giornata di duro lavoro.
«Mi trattengo ancora un po’.»
«Nessuna novità, immagino, per il suo viaggio.»
Aveva le lacrime agli occhi, cercò di ricacciarle indietro con rabbia.
«No.»
Eros sospirò.
«Mi spiace, mi era sembrata così contenta.»
Lo era ma era anche consapevole, che forse era tutto uno scherzo, perché prendersi gioco così di lei?
«Cosa fa di bello stasera?»
«Niente, vado a casa.»
«Prima, le andrebbe di venire a cena con me?»
Non si aspettava un invito a cena, sentiva il bisogno di svagarsi, però era anche stanca. Le parole come un fiume in piena le uscirono senza riflettere.
«Perché no!»
Il suo motto preferito, non significava niente, era tutto un divenire, poteva essere un sì o un no, dipendeva da cosa lei, volesse che fosse.
«Mi dia qualche minuto.» disse sorridendo.
La notte non era ancora scesa e Alex si ritrovò a sorseggiare una coca cola aspettando che Pietro tornasse da lavoro, si voleva scusare di nuovo aveva capito il suo errore, scorse un bagliore di luce negli occhi del suo uomo quando si confidò con lui su come si sentiva. La porta emise un bip e la serratura scattò come fece Alex appena la sentì, gli si avvicinò sfilandogli la borsa del pc dalla spalla, Pietro lo guardava sognante si era perso nei suoi occhi lucenti e vogliosi. Le mani gli si infilarono sotto la maglietta che gli segnava le braccia muscolose e il torace possente, non poté fare a meno di baciarlo, la sua lingua si insinuò calda nella bocca di Alex, lo strinse forte al suo corpo, lo spinse contro il muro alzandogli le braccia fino a tenergli le mani strette nella sua. Alex si era completamente abbandonato alla sua potenza e non desiderava altro che essere preso. Quando lo fece girare due fessure languide lo colpirono all’inguine e non poté più trattenersi: lo spinse sul divano afferrandogli i capelli morbidi e profumati e lo baciò sul viso, sul collo prima di risalire alla bocca. I sospiri profondi di Alex si fecero ansimanti mentre si spingeva contro il bacino di Pietro per sentire la sua voglia crescere, lo guardò negli occhi.
«Mi sei mancato.»
«Anche tu.»
Pietro ricominciò a baciarlo leccandogli il petto per proseguire verso il basso, gli tirò i pantaloni verso il basso e quando vide il suo pulsante membro galleggiare sul bacino, sorrise. Con calma iniziò a baciarlo prendendo in bocca la punta calda e si mosse in su e giù fino a quando Alex lo fermò per tirarlo verso la sua bocca. Rimasero così per un secondo, Alex si spostò mettendosi sopra e lo spogliò guardandolo con ammirazione.
«Non ce l’ha faccio più. Ti voglio.» Disse fermandosi ad un millimetro dalle sue labbra.
«Cosa a spetti?»
Lo spogliò piano, lo baciò ovunque, gli morse delicatamente la caviglia e percorse con la lingua la coscia, si appoggiò al suo caldo foro e iniziò a spingere delicatamente, voleva sentilo gemere, voleva farlo morire di piacere.
Eros era sceso per primo e quando lei lo raggiunse i fiocchi di neve stavano danzando sugli ombrelli, i suoi tacchi a spillo non erano adatti al marciapiede bagnato e scivoloso, lui gli porse il braccio e insieme si avviarono verso l’auto, gli aprì lo sportello. L’abitacolo era confortevole e di pelle nera, quando Eros inserì le chiavi si illuminò come un aereo.
“Questa macchina è bellissima”, pensò Lisa.
Avrebbe avuto voglia di accendere la radio.
«Le va, di ascoltare della musica?»
«Volentieri, grazie.»
Si aspettava musica da discoteca ma il cd trasmise una melodia classica. Si rilassò chiudendo per un attimo gli occhi.
«Cosa le piace mangiare?»
Lisa mangiava poco, aveva sempre qualcosa da fare, sempre di corsa, non assaporava quasi niente a parte qualche volta, che sua madre le cucinava un piatto che a lei piaceva in modo particolare.
«Non ho preferenze, mangio tutto tranne i finocchi cotti.»
Scoppiarono a ridere mentre l’abitacolo si riscaldava e insieme a lui anche i loro cuori, Eros le sfiorò la mano, sembrò un gesto involontario ma che Lisa trovò piacevole. Il ristorante non era molto lontano e quando arrivarono, un ragazzotto evidentemente infreddolito le aprì lo sportello invitandola a scendere, Eros fece il giro dell’auto e gli si avvicinò con fare protettivo.
«Prego, Madame.»
Le porte si aprirono mentre passavano sotto il led, l’ambiente era sofisticato e Lisa si guardò intorno mentre cercava di capire. Il posto era magnifico, luci soffuse, camerieri gentili, il responsabile di sala li accompagnò al tavolo dopo aver preso i loro cappotti.
