Capitolo tre
I ragazzi si alzano senza preavviso e silenziosi come gatti si dileguano dietro una porta laterale che non avevo notato fino a quel momento. Sono stata davvero così stupida da farmi imbambolare così? Una cosa però è certa, ho dato la mia parola e sicuramente non mi tirerò indietro adesso.
Guardo mia madre, è nervosa, tutti i muscoli in tensione, lo sguardo perso tra la folla in attesa di un qualunque segno di qualcosa fuori posto. Mio padre, invece, sta conversando con Richard Grey, farfugliano velocemente e a voce talmente tanto bassa che non riesco a sentirli nemmeno con il mio udito sovrasviluppato.
“Mamma”, la chiamo timidamente. Lei si gira subito nella mia direzione e solo in questo momento si accorge che i due ragazzi non sono più seduti al loro posto.
“Dove sono andati quei due?” la sua voce sale di un’ottava mentre pronuncia queste parole.
“Non lo so, sono semplicemente andati via…” Mento spudoratamente sperando che mi creda.
“Io dovrei andare in bagno, posso?” Lei inizia ad agitarsi sulla sedia e si guarda attorno come a cercare qualcuno che le dica cosa fare per sgravarla da questa grande responsabilità. Davvero dovrei preoccuparmi anche di andare in bagno senza scorta? In che razza di branco ci troviamo se uno non è nemmeno libero di poter andare in bagno?
“Sì puoi andare, ma torna subito qui appena hai finito e non parlare con nessuno a meno che non sia strettamente necessario. Ho visto la porta del bagno a metà sala, sulla destra. Forza, vai.” Mi incita con le mani e mi fa segno di andare, quindi io colgo l’occasione al volo e mi precipito lungo la parete di destra. La costeggio fino a metà sala circa quando trovo una porta con sopra scritto a grandi lettere “Toilette”. Mi ci infilo subito dentro e quando mi guardo attorno non sono sorpresa di trovare una stanza spartana: le pareti sono di un grigio sbiadito, sulla destra c’è un lavandino con un asciugamano e una saponetta, mentre sulla sinistra ci sono i servizi igienici. Bingo! Proprio sopra il gabinetto c’è una finestra abbastanza grande per permettermi di sgattaiolare fuori senza essere vista.
Mi arrampico fino alla finestra e rimango piacevolmente sorpresa quando riesco ad aprirla senza grandi sforzi. Mi sporgo appena per guardare fuori ed eccola lì la fregatura: evidentemente questo posto è stato costruito in pendenza perché per uscire mi tocca un salto di quattro metri, nonostante io non abbia fatto scale all’interno di questa struttura e dovrei trovarmi al primo piano.
Mi siedo un attimo per valutare le mie possibilità: fare un salto potenzialmente mortale dalla finestra del bagno per dimostrare chissà cosa al mio futuro marito, oppure, tornare a sedermi a tavola come se nulla fosse successo. Sto quasi per tornare a tavola quando tutto a un tratto mi tornano in mente gli occhi ribelli e beffardi di Reed: non posso assolutamente dargliela vinta!
Mi tiro su il vestito, tirandolo e annodandolo per evitare che mi dia fastidio, ma è talmente lungo e pesante che non sale comunque più su delle mie ginocchia e rischia di farmi inciampare un paio di volte mentre mi arrampico verso la finestra. Mi dò una spinta con i piedi per salire sul davanzale mentre mi tengo ben salda al bordo della finestra. Non riesco a stare in piedi perché il soffitto è troppo basso, ma anche da qui si capisce molto bene quanto sia alto il tragitto per arrivare sull’erba, quattro metri più in basso. Mi tremano leggermente le gambe e una goccia di sudore mi scende lungo le tempie, ma non voglio darmi per vinta.
Mi guardo attorno per cercare qualcosa a cui aggrapparmi che possa aiutarmi a scendere, ma non trovo nulla di abbastanza sicuro, solo un ramo a un metro e mezzo da me. E’ abbastanza grande da poter sorreggere il mio peso, ma è più lontano di quanto dovrebbe essere, specialmente con questo vestito a intralciarmi la strada e non potendo prendere nessun tipo di rincorsa. Rimane il fatto che è la mia opzione migliore.
Respiro a fondo, con gli occhi chiusi soppesando la mia scelta e poi, senza preavviso, mi tuffo a capofitto verso l’albero aprendo gli occhi.
Riesco ad aggrapparmi al ramo con una mano sudata, mentre l’altra rimane a penzoloni. Mi dimeno per cercare di raggiungere il ramo con entrambe le mani e quando ci riesco sono entrambe sudate e graffiate dalla corteccia spessa e marrone.
Faccio forza sulle braccia e riesco a tirare il mio corpo sopra il ramo, appoggiando il bacino per tenermi in equilibrio, respirare un secondo e recuperare le forze. Dopo essermi ripresa provo a sedermi, anche sé il ramo è abbastanza traballante e piano piano inizio ad avvicinarmi al tronco dell’albero dove trovo alcuni appigli per scendere fino a terra.
Quando manca un metro e mezzo al terreno un ramo si rompe sotto il peso del mio piede e io scivolo rovinosamente sull’erba, sbattendo il sedere e mugulando per il dolore.
“Non c’è che dire, una fuga maestrale e un ottimo atterraggio!”
Sento un brivido lungo la schiena al suono di queste parole. Reed e Beyard mi sovrastano sghignazzando e prendendomi in giro.
Solo Beyard si avvicina per darmi una mano ed è in questo preciso istante che la verità si palesa davanti ai miei occhi: come una stupida incosciente ho accettato di rimanere sola con loro, lontano dai miei genitori e dalla mia scorta, vulnerabile a qualsiasi tipo di pericolo.
