Capitolo 02 I bambini all’Istituto San Vittorio
Non ricordo di essermi alzata.
Ricordo il rumore della sedia contro il pavimento, il volto di Matteo che perdeva colore e la voce di Enrico Malaspina che cercava di richiamare tutti alla calma, come se la calma fosse una questione di regolamento interno.
Presi la borsa e uscii dalla sala senza chiedere permesso.
Matteo mi seguì fino al corridoio.
«Aurora, fermati.»
Mi voltai di scatto.
«Se fai un altro passo dietro di me senza sapere esattamente cosa sta succedendo, ti faccio bloccare dalla sicurezza.»
«Sono miei figli?»
La domanda uscì bassa, quasi senza respiro.
Per tre anni l’avevo immaginata in cento modi: urlata, accusatoria, incredula, crudele. Non avevo mai immaginato che Matteo potesse pronunciarla come un uomo che ha appena visto aprirsi una stanza buia dentro la propria vita.
«Adesso i miei figli sono in pericolo,» dissi. «Il resto viene dopo.»
Entrai nell’ascensore e chiamai Marta, la tata che viveva con noi da quando Bianca e Leone avevano sei mesi.
Rispose al secondo squillo, con la voce spezzata.
«Aurora, mi dispiace, ho provato a chiamarti, ma la linea della scuola continuava a cadere. È arrivato un avvocato con due uomini e una donna elegante. La preside mi ha detto che c’era una richiesta della famiglia Rinaldi, una specie di comunicazione urgente sul riconoscimento dei minori. Io ho detto che non potevano parlare con i bambini senza di te, ma—»
«Dove sono Bianca e Leone?»
«Non lo so più.»
Il mondo si fermò.
«Marta.»
«La preside mi ha fatto aspettare fuori. Quando sono rientrata, non c’erano. Mi hanno detto che erano stati accompagnati a Villa Rinaldi per un incontro familiare, che c’era una delega firmata da te. Ma io so che tu non avresti mai firmato una cosa del genere.»
Le porte dell’ascensore si aprirono sul garage.
La delega.
Naturalmente.
Da qualche parte Vittoria Rinaldi aveva ancora le chiavi delle vecchie stanze, quelle dove una firma poteva diventare un’arma e un bambino un argomento legale.
«Marta, ascoltami bene. Vai subito dallo studio dell’avvocata Bianchi. Non parlare con nessuno della scuola, non rispondere a numeri sconosciuti e non tornare a casa da sola.»
«Aurora, hanno preso i bambini. Io dovevo—»
«Li riprendo io.»
La mia voce era ferma, ma solo perché il panico, quando supera un certo punto, diventa ghiaccio.
Mentre salivo in auto, arrivò una chiamata da un numero privato.
Sapevo già chi fosse.
«Aurora,» disse Vittoria Rinaldi, con quella voce levigata che a Palazzo veniva scambiata per educazione. «O forse dovrei chiamarti dottoressa Ferri? Devo ammettere che hai saputo reinventarti con discreto talento.»
«Dove sono i miei figli?»
«I bambini sono con la loro famiglia.»
«La loro famiglia sono io.»
«Non essere provinciale. Due bambini con sangue Rinaldi non possono crescere nascosti sotto il cognome di una donna rancorosa. Hai avuto tre anni per fare la scelta giusta e non l’hai fatta, quindi sono intervenuta.»
Stringevo il telefono così forte che le dita mi facevano male.
«Hai falsificato una delega, hai mentito a una scuola e hai portato via due minori senza il consenso della madre. Questa non è famiglia, Vittoria. È sequestro.»
Lei rise piano.
«Parole grosse, cara. Vedremo quale giudice sarà più colpito: quello che ascolterà la tua indignazione o quello che scoprirà che hai nascosto a un padre l’esistenza dei suoi figli.»
Prima che potessi rispondere, il telefono vibrò per un messaggio.
Aprii la foto.
Bianca e Leone erano seduti sul divano del salone di Villa Rinaldi. Bianca stringeva il suo coniglio di stoffa, Leone aveva il viso gonfio di pianto e teneva la mano della sorella. Dietro di loro, con una mano appoggiata sulla spalla di ciascuno, c’era Viola De Santis.
Non portava più la collana di mia madre.
Ma il modo in cui toccava i miei figli era abbastanza per farmi dimenticare ogni parola civile.
Sotto la foto c’era una frase.
Li abitueremo presto alla loro vera casa.
Accostai l’auto per non schiantarmi.
Per tre anni avevo trattato con banche, fondi, imprenditori che mentivano sorridendo e avvocati capaci di nascondere una minaccia dentro un periodo elegante. Avevo costruito un’impresa partendo da un brevetto lasciato da mio padre, avevo negoziato con uomini convinti di potermi spiegare il mio stesso lavoro, avevo imparato a non tremare mai in pubblico.
Ma bastò vedere la mano di Viola sulla spalla di Leone perché tutto ciò che ero diventata si riducesse a una sola cosa: una madre pronta a mordere.
Il telefono squillò di nuovo.
Questa volta era Serena Bianchi, la mia avvocata.
«Sto già preparando la denuncia,» disse, senza perdere tempo. «Ho parlato con Marta e sto chiedendo l’acquisizione immediata delle telecamere dell’Istituto San Vittorio. Non andare da sola.»
«Sono già in macchina.»
«Aurora.»
«Se aspetti che io sia ragionevole mentre i miei figli sono in quella casa, perdi tempo.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio breve.
«Va bene. Allora ascoltami. Non firmare nulla, non minacciare nessuno davanti ai bambini, registra se puoi e tieni il telefono acceso. Io arrivo con una pattuglia e con un’istanza urgente per il Tribunale per i minorenni.»
«Quanto tempo?»
«Meno di un’ora.»
Villa Rinaldi era a Valdilago, affacciata sul Lago di Valdoro, con cancelli in ferro battuto e cipressi ordinati come soldati. Per anni Vittoria aveva ripetuto che quella casa era il cuore della famiglia, ma io avevo sempre pensato che assomigliasse più a una cassaforte: bella, costosa, costruita per tenere dentro le cose che gli altri volevano vedere da lontano.
Quando arrivai, i cancelli si aprirono subito.
Non perché mi aspettassero come Aurora Ferri.
Perché mi aspettavano come una madre spaventata.
E Vittoria Rinaldi aveva sempre amato gli avversari quando credeva di averli già messi in ginocchio.
