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Capitolo 03 Villa Rinaldi

Matteo mi raggiunse davanti all’ingresso di Villa Rinaldi.

Non so quale strada avesse preso, né a quale velocità avesse guidato per arrivare quasi insieme a me. So soltanto che scese dall’auto con il volto tirato e gli occhi diversi da quelli che gli avevo visto nella sala del consiglio. Là dentro era stato l’amministratore delegato di un gruppo in crisi; davanti a quella porta sembrava un uomo che aveva paura di scoprire di essere stato cieco per anni.

«Non entrare davanti a me,» gli dissi.

«Aurora, se sono miei figli—»

«Non finirai questa frase nel vialetto, Matteo. Loro sono spaventati, sono piccoli e, fino a stamattina, tu per loro eri una fotografia che io non avevo ancora trovato il coraggio di spiegare.»

La frase lo colpì, ma almeno ebbe il buon senso di non rispondere.

La porta si aprì prima che suonassi.

Vittoria era in cima ai tre gradini interni, vestita di blu scuro, con un filo di perle al collo e la serenità studiata di chi aveva preparato ogni gesto. Alle sue spalle, nel salone, vidi Bianca e Leone seduti sul divano. Quando mi scorsero, scattarono in piedi.

«Mamma!»

Mi corsero incontro, e li strinsi così forte che Bianca protestò contro il mio cappotto.

«Mi fai caldo,» mormorò, ma non mi lasciò.

Leone mi affondò il viso nella gonna.

«La signora ha detto che dovevamo restare qui perché tu hai detto una bugia.»

Alzai gli occhi verso Vittoria.

«Hai parlato di me ai miei figli?»

«Ho spiegato loro che appartengono anche a questa famiglia,» rispose lei, come se stesse parlando della sistemazione di due stanze. «Non si può costruire la loro identità su una menzogna.»

Matteo entrò dietro di me.

I bambini si voltarono.

Bianca lo guardò con una curiosità sospettosa, Leone con prudenza. Matteo rimase immobile, e in quel momento vidi il riconoscimento abbattersi su di lui non come un’idea, ma come una somiglianza fisica: gli occhi grigi di Bianca, il taglio della bocca di Leone, quella piega tra le sopracciglia che avevo odiato in lui e amato nei miei figli.

«Come vi chiamate?» chiese piano.

«Bianca,» disse mia figlia.

«Leone,» sussurrò mio figlio.

Matteo chiuse gli occhi un istante.

Vittoria non gli lasciò il tempo di respirare.

«Sono Rinaldi, Matteo. Era tuo diritto saperlo, ed era loro diritto crescere nel luogo che spetta loro.»

«Il luogo che spetta loro è dove si sentono al sicuro,» dissi. «Non dove vengono portati con documenti falsi.»

Viola, che fino a quel momento era rimasta vicino al camino, avanzò con un sorriso teso.

«Aurora, non drammatizzare. I bambini stanno bene. Anzi, dovresti ringraziare Vittoria: finalmente potranno avere una vita all’altezza del loro nome.»

«Non hanno bisogno del vostro nome per valere qualcosa.»

«Questo lo dici tu,» ribatté lei, accarezzandosi il ventre con un gesto ormai privo della sicurezza di tre anni prima. «Ma un giorno capiranno che certi cognomi aprono porte che l’orgoglio di una madre non può aprire.»

Bianca si staccò da me e la fissò.

«Tu non sei la nostra mamma.»

Viola sorrise, troppo dolcemente.

«No, tesoro, ma potrei diventare una persona importante per voi. Una specie di—»

«No,» la interruppe Bianca. «Tu sei la signora che la nonna ha detto che papà doveva scegliere.»

Il salone tacque.

Matteo si voltò verso sua madre.

«Che cosa ha detto?»

Vittoria irrigidì appena il mento.

«I bambini ripetono frasi senza capire.»

Leone, che parlava poco quando aveva paura, si nascose dietro la mia gamba, ma Bianca era figlia mia abbastanza da non fermarsi quando qualcuno cercava di zittirla.

«La nonna ha detto che tu hai scelto male una volta e che lei ha dovuto sistemare tutto. Ha detto che la mamma ti aveva ingannato, ma che lei aveva le fotografie.»

Matteo impallidì.

«Quali fotografie?»

Io ricordai le immagini mostrate da Vittoria negli ultimi mesi del matrimonio: io davanti a un albergo con l’avvocato di mio padre, io dentro un ristorante con un uomo tagliato apposta fuori campo, io che uscivo da uno studio medico con una cartella in mano. Nessuna provava un tradimento, ma a Matteo erano bastate perché confermassero ciò che sua madre gli ripeteva da tempo: che io non ero abbastanza, che avevo sposato il nome Rinaldi e non lui, che lo avrei tradito appena possibile.

«Le fotografie non sono il punto,» disse Vittoria.

«Invece sì,» rispose Matteo, e per la prima volta la sua voce non cercò il permesso della madre. «Da quanto tempo le usi?»

Viola fece un passo indietro.

«Matteo, non davanti ai bambini.»

«Tu non parlare.»

Il tono fu così secco che Viola rimase a bocca aperta.

Io posai una mano sulla testa di Leone.

«Basta. Questa conversazione non avverrà davanti a loro.»

Vittoria sorrise.

«Temi che ascoltino la verità?»

«Temo che una donna adulta abbia appena usato due bambini di tre anni per ricattare la loro madre.»

Il sorriso le svanì dagli occhi.

«Attenta, Aurora. Tu hai nascosto a mio figlio la nascita dei suoi eredi. Un giudice potrebbe considerarlo un comportamento gravemente ostile al rapporto paterno.»

«Un giudice considererà anche il modo in cui li hai portati qui.»

«Ho una delega firmata da te.»

«Mostramela.»

Per la prima volta Vittoria esitò.

Fu un attimo, ma bastò.

Matteo lo vide.

Anch’io.

Bianca mi strinse la mano.

«Mamma, possiamo andare a casa?»

«Sì.»

Vittoria scese un gradino.

«Non puoi portarli via come se nulla fosse.»

«Guardami.»

Mi chinai, presi Bianca e Leone per mano e mi avviai verso la porta.

Matteo mi seguì con lo sguardo, poi fece un passo.

«Aurora, aspetta. Non sto dicendo che mia madre abbia ragione, ma io devo sapere. Devo capire.»

Mi fermai senza voltarmi.

«Avrai tempo per capire. Ma non oggi e non usando la paura dei miei figli come biglietto d’ingresso.»

Fu allora che Bianca tirò appena la mia mano.

«Mamma?»

«Dimmi, amore.»

La sua voce si fece piccola.

«La nonna ha detto che non importa se tu non vuoi, perché c’è già una firma tua.»

Vittoria chiuse gli occhi.

Troppo tardi.

Mi voltai lentamente.

«Quale firma?»

Nessuno rispose.

Ma il silenzio di Vittoria Rinaldi, per la prima volta, non sembrò potere.

Sembrò colpa.

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