Capitolo 01 Il giorno del funerale
Rientrai dal funerale di mio padre con ancora l’odore dei crisantemi addosso e la terra del Cimitero di San Fiorenzo attaccata al bordo delle scarpe.
Bellavita quel pomeriggio era grigia, umida, piena di quel silenzio che segue le grandi perdite, quando tutti ti hanno già detto “condoglianze” e tu resti sola con il vuoto, con le mani fredde e la sensazione assurda che il mondo, nonostante tutto, continui a funzionare.
A Palazzo Rinaldi, invece, funzionava tutto fin troppo bene.
Il personale mi aprì la porta senza guardarmi in faccia, come se il lutto fosse una cosa sconveniente da non nominare. Attraversai l’ingresso di marmo, passai davanti allo specchio veneziano che Vittoria Rinaldi faceva lucidare ogni mattina, e trovai mio marito nello studio al piano nobile.
Matteo Rinaldi era in piedi vicino alla scrivania, perfetto nel suo completo scuro, con l’espressione di chi aveva già deciso tutto e aspettava soltanto che il resto del mondo si adeguasse.
Accanto a lui c’era Viola De Santis.
Si accarezzava il ventre con una lentezza studiata, abbastanza evidente da non lasciare dubbi sulla storia che voleva raccontare, e al collo portava la collana di diamanti e corallo di mia madre, quella che Matteo mi aveva giurato fosse sparita mesi prima durante un trasloco.
Per un istante non guardai i fogli sulla scrivania. Guardai solo quella collana.
Mia madre, Teresa Ferri, la indossava nelle fotografie del suo matrimonio. Mio padre l’aveva conservata per anni in una scatola rivestita di velluto blu, e me l’aveva data il giorno in cui avevo sposato Matteo, dicendomi che certe cose non servono a rendere ricca una donna, ma a ricordarle da dove viene.
Ora era sul collo della sua amante.
«Aurora,» disse Matteo, senza neppure chiedermi come stessi. «Siediti. Dobbiamo chiudere questa situazione.»
Non mi sedetti.
«Ho appena seppellito mio padre.»
Viola abbassò gli occhi con un’espressione di finta compassione che non arrivò nemmeno vicino alla decenza.
«Proprio per questo,» intervenne Matteo, «è meglio sistemare tutto adesso. Più aspettiamo, più diventa doloroso.»
Sulla scrivania c’erano i documenti del divorzio, già aperti alla pagina della firma.
Non c’erano fiori. Non c’era un biglietto. Non c’era nemmeno il minimo tentativo di mascherare la crudeltà con la buona educazione.
«Hai scelto il giorno del funerale di mio padre per farmi firmare il divorzio?»
Matteo serrò la mascella.
«Non trasformarlo in una scena. Questo matrimonio era finito da tempo.»
«Curioso. Io l’ho scoperto oggi.»
Viola fece un piccolo sospiro, quasi annoiata.
«Aurora, non rendere tutto più difficile. Matteo sta cercando di essere corretto.»
La guardai finalmente in viso.
«Con la collana di mia madre al collo, ti conviene non usare la parola corretto.»
Il sorriso le tremò per un secondo, poi tornò al suo posto.
Matteo spinse il fascicolo verso di me.
«Riceverai una somma sufficiente per ricominciare. Non avrai diritti su Palazzo Rinaldi, sulle partecipazioni familiari o su qualsiasi bene collegato al Gruppo Rinaldi. In cambio, manterrai il riserbo sulla fine del matrimonio.»
«E sulla tua amante incinta?»
Viola abbassò gli occhi sul proprio ventre, come se quella fosse una prova e non una sceneggiata.
Matteo non rispose subito, e quel silenzio mi disse più di qualsiasi confessione.
«Il bambino che Viola aspetta sarà riconosciuto,» disse infine. «La famiglia ha bisogno di stabilità.»
La famiglia.
Con i Rinaldi, quella parola era sempre stata un coltello lucidato bene.
Avrei potuto dirgli che quella mattina, prima del funerale, ero passata da una ginecologa perché le nausee non mi lasciavano respirare da giorni. Avrei potuto dirgli che nello schermo dell’ecografia c’erano due battiti, piccoli, ostinati, vivi. Avrei potuto dirgli che stava buttando fuori di casa sua moglie e i suoi figli nello stesso momento.
Ma poi ricordai il modo in cui mi aveva guardata nelle ultime settimane, quando Vittoria gli sussurrava all’orecchio e Viola compariva nei posti giusti con il sorriso giusto. Ricordai le fotografie che qualcuno gli aveva mostrato, quelle in cui io sembravo uscire da un albergo con un uomo che in realtà era l’avvocato di mio padre. Ricordai quante volte avevo provato a spiegare e quante volte Matteo aveva scelto di non ascoltare.
L’uomo davanti a me non voleva una verità.
Voleva una firma.
Presi la penna.
«Non chiedi di più?» domandò lui, e nella sua voce passò qualcosa che somigliava al fastidio, come se la mia calma gli rovinasse la scena.
«Oggi ho perso mio padre,» risposi. «Non ho intenzione di implorare anche mio marito.»
Firmai.
Aurora Ferri.
Non Aurora Rinaldi.
Non più.
Viola sorrise, ma le dita le corsero alla collana come se avesse paura che potessi strappargliela dal collo.
Matteo raccolse i documenti, senza sapere che quella firma non mi svuotava le mani. Me le liberava.
«L’autista può portarti dove vuoi,» disse.
«No. Da qui esco da sola.»
Mi avviai verso la porta, poi mi fermai.
«Matteo.»
Lui alzò gli occhi.
«Quando un giorno ti chiederai in quale momento hai perso davvero la tua famiglia, ricordati di questo pomeriggio. Non perché ho firmato io, ma perché tu hai avuto il coraggio di porgermi la penna.»
Uscii prima che potesse rispondere.
Tre anni dopo, entrai nella sede del Gruppo Rinaldi da un ingresso diverso.
Non ero più la giovane vedova di un padre pieno di debiti, né la moglie sopportata in silenzio da una famiglia che non mi aveva mai considerata abbastanza. Ero Aurora Ferri, fondatrice di Asteria Sistemi, la società che aveva appena rilevato una parte decisiva dei crediti industriali del Gruppo Rinaldi.
Non ero tornata per comprare il passato.
Ero tornata perché Palazzo Rinaldi aveva ancora qualcosa che mi apparteneva.
Nel salone del consiglio, Matteo mi riconobbe.
Non subito, non del tutto. All’inizio vide il tailleur bianco, i capelli più corti, la sicurezza di una donna che non aspettava il permesso di sedersi. Poi vide gli occhi, e qualcosa gli attraversò il volto con la violenza di un ricordo che avrebbe preferito non avere.
«Aurora?» disse piano.
Mi sedetti di fronte a lui.
«Buongiorno, dottor Rinaldi. Direi di cominciare. Il vostro gruppo ha bisogno di tempo, liquidità e credibilità. Io posso offrirvi le prime due cose. La terza dovrete meritarvela.»
Il presidente del consiglio, Enrico Malaspina, si schiarì la voce, ma prima che potesse parlare la porta si aprì di scatto.
Una collaboratrice entrò pallidissima.
«Dottor Rinaldi, mi scusi, ma c’è un problema all’Istituto San Vittorio. Due bambini sono nell’ufficio della preside con un legale della famiglia Rinaldi. Dicono che lei sia il loro padre.»
Matteo rimase immobile.
«Io non ho figli.»
Io sì.
E, fino a quella mattina, Bianca e Leone avrebbero dovuto essere al sicuro, con il cognome Ferri, in una scuola dove nessuno doveva collegarli ai Rinaldi.
La collaboratrice guardò me, poi Matteo.
«La preside dice che i bambini hanno documenti, fotografie e una richiesta di riconoscimento urgente.»
La sala diventò piccola, troppo piccola.
Matteo si voltò verso di me.
«Aurora.»
Non risposi.
Perché in quel momento capii una cosa sola: dopo tre anni, qualcuno aveva trovato i miei figli.
