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Capitolo 02

La tenuta dei Moretti sorgeva dietro mura di pietra alte quasi quattro metri, nella parte più antica di Staten Island.

Una fortezza travestita da residenza.

Cancelli di ferro.

Telecamere di sicurezza.

Uomini con rigonfiamenti sotto le giacche appostati a ogni ingresso e intenti a fingere di essere giardinieri.

Lungo il viale di pietra fiorivano camelie bianche.

Erano stranamente delicate contro quelle mura costruite per tenere fuori il mondo.

Arrivai con una sola valigia e con quella durezza d’acciaio che ventisei anni trascorsi a essere la figlia meno amata di Dmitri Volkov avevano forgiato dentro di me.

La porta principale si aprì prima che potessi bussare.

Una donna sulla cinquantina, con zigomi affilati e capelli argentati raccolti in uno chignon, mi studiò come se fossi un taglio di carne esposto dal macellaio.

«Sei la ragazza dei Volkov.»

Non era una domanda.

«Sono Cecilia. La matrigna di Luca.»

«Irina.»

«Conosco il tuo nome.»

Non mi invitò a chiamarla semplicemente Cecilia.

«Vieni.»

Mi guidò lungo corridoi di marmo decorati con dipinti a olio degli antenati Moretti.

Uomini dalle mascelle dure e dagli occhi ancora più duri.

La casa profumava di espresso, legno antico e qualcosa di vagamente medicinale.

«Voglio essere chiara», disse Cecilia senza rallentare. «Luca ha bisogno di una moglie per salvare le apparenze. Le famiglie osservano. Se percepiscono debolezza, prima della fine del mese ci ritroveremo con una guerra su tre fronti.»

«Capisco.»

«Parteciperai agli eventi al suo fianco. Sorriderai. Trasmetterai forza. Oltre a questo, non dovrai interferire con le sue cure mediche, con gli affari o con la sua vita privata.»

«Vorrei vederlo.»

Cecilia si fermò.

Si voltò.

Gli occhi si strinsero.

«Perché?»

«Sta per diventare mio marito. Vorrei sapere a cosa sto accettando di legarmi.»

Qualcosa attraversò il suo volto.

Non calore.

Calcolo.

«Sta riposando. Nel pomeriggio il dolore peggiora. Forse domani—»

«Adesso.»

La parola rimase sospesa tra noi.

La mascella di Cecilia si irrigidì.

Sostenni il suo sguardo senza battere ciglio.

Avevo affrontato signori della droga distesi sui tavoli operatori.

Una matrigna dell’alta società non compariva nemmeno nella mia scala delle minacce.

«D’accordo», disse infine. «Ma non agitarlo.»

La camera principale si trovava al pianterreno.

Un vecchio studio trasformato per accogliere una sedia a rotelle.

Pesanti tende impedivano alla luce del giorno di entrare.

Dei monitor emettevano segnali regolari in un angolo.

La stanza odorava di disinfettante e di qualcosa di più cupo.

Dolore stagnante.

Il tipo di dolore che penetra nei muri.

E lì, accanto alla finestra, seduto su una sedia a rotelle motorizzata, c’era Luca Moretti.

Mi mancò il respiro.

Non per pietà.

Per riconoscimento.

Avevo studiato le sue immagini diagnostiche per mesi.

Ma l’uomo era tutt’altra cosa.

Perfino seduto, perfino consumato dal dolore, emanava una forza gravitazionale capace di riorganizzare la stanza attorno a lui.

Capelli scuri.

Mascella affilata.

Pelle olivastra tesa su zigomi che sembravano lame.

Le mani, grandi e segnate da cicatrici sulle nocche, stringevano i braccioli con tanta forza da sbiancargli le dita.

Ma furono gli occhi a fermarmi.

Marrone scuro.

Quasi nero.

Assolutamente e ferocemente vigili.

Quello non era un uomo disposto ad arrendersi.

«Dunque», disse.

La voce era bassa e ruvida.

Consumata da mesi di dolore.

«Sei ciò che Dmitri Volkov mi offre.»

«Non sono un’offerta. Sono una volontaria.»

Un sopracciglio si sollevò.

Appena.

«Coraggiosa o stupida?»

«Dipende dal giorno.»

Un’ombra attraversò le sue labbra.

Non proprio un sorriso.

«Mi hanno detto che sei una chirurga.»

«Chirurgia traumatologica. Sì.»

«Allora avrai visto uomini in condizioni peggiori delle mie.»

«Ho visto uomini in condizioni peggiori uscire dalla mia sala operatoria camminando.»

I suoi occhi si agganciarono ai miei.

Affilati.

Indagatori.

Sentii quella valutazione come qualcosa di fisico.

Non mi osservava soltanto come donna.

Ero una variabile in un’equazione che lui continuava a risolvere.

«Mia matrigna vuole una marionetta», disse piano. «Un bel viso da mostrare alle cene. È questo che sei?»

«No.»

«Allora cosa sei?»

Guardai i monitor alle sue spalle.

La pompa dei farmaci.

La flebo con un cocktail che riconobbi all’istante.

Oppioidi a un dosaggio tale da offuscare la cognizione e ostacolare il recupero motorio.

Sufficiente a controllare il dolore.

Sì.

Ma anche sufficiente a rendere un uomo dipendente.

Manipolabile.

Seduto.

Lo stomaco mi si strinse.

«Sono la donna che scoprirà perché il tuo protocollo antidolorifico sembra progettato per tenerti su quella sedia.»

La stanza diventò completamente silenziosa.

Luca mi fissò a lungo.

Pericolosamente.

Dietro di me percepivo la presenza di Cecilia sulla soglia.

Una lama puntata contro la schiena.

Poi Luca parlò.

La voce era appena più forte di un sussurro.

«Chiudi la porta.»

Lo feci.

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