Libreria
Italiano
CapitolI
Impostazioni

Capitolo 5

Il punto di vista di Henry

Erano da poco passate le 18 e dopo che anche gli ultimi clienti si erano decisi ad alzarsi, ordinai ai ragazzi di sgomberare il locale prima di chiudere accuratamente il magazzino e le varie finestre per evitare qualsiasi danno e, da quello che dicevano gli esperti, probabilmente non sarebbe stata una tempesta.

- Vai avanti, Henry, qui ci penso io. - Disse Cooper, rovesciando le sedie sui vari tavoli e facendo un cenno anche ai due camerieri del turno serale. - Andate anche voi prima che il tempo peggiori. -

- No, ti accompagno a casa. -

Scosse la testa con un sorriso. - Mia moglie verrà presto a prendermi. È andata a fare un po' di provviste, sai, non si sa mai. È una buona idea anche per te andare a comprare qualcosa, immagino che non avrai molto a casa visto che mangi sempre fuori. -

- Già. - Ho risposto.

- A quell'ora? Cosa stai aspettando? - insistette.

- Beh, grazie Cooper, ci vediamo! - Lo salutai mentre uscivo dal locale, finché non sentii vibrare il telefono nella tasca dei jeans.

"Sì?" - dovetti urlare sopra il rumore incessante della pioggia finché non entrai in macchina.

"Fratello, mi hai perforato il timpano!".

Riconobbi la risata di Santiago. "Dimmi, bello!".

"Jorge mi ha appena detto che probabilmente dovrai chiudere il locale. Maledetta pioggia di merda".

Sbuffai rumorosamente. "Già. Tu?"

"Chiuderò presto, sto solo aspettando che un cliente venga a prendere la sua roba". - Mi informò mentre metteva in moto il veicolo - "Proprio quando il lavoro stava finalmente andando alla grande, cazzo!".

Scoppiai a ridere.

Santiago Garcia era il mio migliore amico, insieme a Jefferson e Bowie; ci eravamo conosciuti appena avevo messo piede in America. Era cresciuto orfano di madre perché lei lo aveva abbandonato quando era ancora un bambino, trasferendosi e costruendosi una nuova vita con un'altra persona, una coincidenza che legava strettamente i nostri passati.

Aveva iniziato a lavorare come meccanico all'età di quattordici anni per aiutare il padre nel magazzino di famiglia, fino a quando il padre, in seguito a un grave incidente, si ruppe il bacino e fu costretto a rimanere su una sedia a rotelle. Quando Santi diceva che il lavoro andava molto bene, intendeva dire che pagava Jorge perché andasse in giro di notte a bucare le gomme o a togliere i fari alle auto, in modo che il giorno dopo venissero a riparare i suoi veicoli. Un fottuto genio. Un fottuto genio.

"Vieni più tardi? Prendiamo una birra".

Lo sentii sorridere mentre girava a destra sulla strada principale della città ormai vuota. "No amico, ho da fare e non dirmi che ti sei ripreso da ieri sera!".

"Oh sì, e con chi avresti a che fare?".

Sembrava alludere a qualcosa, ma non dissi una parola perché conoscendolo avrebbe spiattellato la minestra. "Jorge mi ha detto che oggi qualcuno ti cercava".

Jorge si stava davvero facendo un problema con quella ragazzina, tanto da andare a dirlo a chiunque lo avesse incrociato?

"Jorge dice un sacco di sciocchezze". Mentii, pensando a quell'uomo grasso e alla sua boccaccia.

"Certo, certo." Lui ridacchiò. "Strano, visto che ha anche sottolineato il fatto che nemmeno Cooper ti aveva mai visto sbavare per una ragazza come quella. Allora, chi è questa ragazza?".

Ho teso la mascella, chiedendomi se mi fossi davvero distinta in modo così esplicito. "Non so di che cazzo stai parlando, dico sul serio!". - Esclamai divertito.

"No, Styles, non me la racconti giusta!" mormorò con urgenza, accentuando di conseguenza la mia risata. "Ne riparleremo, stanne certo!".

"Va bene."

Riattaccai, gettai il telefono sul sedile del passeggero e guidai con prudenza finché non dovetti fermarmi a un posto di blocco, dove un paio di agenti vestiti di K-way giallo fluorescente ammonirono uno a uno i conducenti delle auto, consigliando loro di restare in casa fino a nuovo ordine. ordini del comune mentre pensavo a quanto mi sarei annoiato da solo a casa. Parcheggiai in giardino, spensi il motore dell'auto e, dopo aver preso le chiavi, scesi rapidamente e corsi alla porta d'ingresso.

- No, cazzo! - borbottai, ricordandomi di aver dimenticato il telefono sul sedile del passeggero, così tornai di corsa sul lato opposto della mia bestia nera e aprii la portiera per afferrarlo, finché qualcosa non attirò la mia attenzione. - No... - borbottai tra i denti, sentendomi svenire e puntando la torcia del mio telefono sul corpo del frontale - .... no, cazzo no, no.... Ti ammazzo... Merda! - Urlai di disperazione quando notai la scritta esposta.

-Henry, smettila di gridare, idiota! - gridò Scott, il mio amichevole vicino di casa. Un uomo sulla settantina, strano e ormai esausto per le mie innumerevoli feste. In realtà, io lo adoravo e lui adorava me e quello era il nostro modo di salutarci. Sapevo che non aveva figli o nipoti e che sua moglie era morta un paio di anni fa dopo aver perso una lunga battaglia contro il cancro. Brave persone.

"PEPS"

Mi misi le mani nei capelli in preda alla disperazione e alla rabbia perché non riuscivo a credere ai miei occhi. Si era preso la briga di incidere, probabilmente con qualcosa di appuntito, il suo stupido nome sulla carrozzeria della mia auto. Cercai subito Jorge tra i miei contatti e telefonai, girando ansiosamente per il posto e sotto la pioggia, finché quell'idiota non si degnò di rispondere.

"Enrique?

"Dimmi dove cazzo sta quella puttana!", ringhiai con frustrazione. "Subito!"

Confuso, non disse una parola per qualche istante. "Ma... Chi?"

Persi la calma. "Quella grande... puttana, figlia di...". Trattenni il respiro cercando di calmarmi "...la ragazza, Jorge, quella di oggi! "

"Al Village Motels, perché-...."

Perché avrebbe potuto essere considerata una perdita.

Riattaccai senza dargli la minima possibilità di replicare. Salii in macchina e ingranai la quinta per dirigermi verso il posto non lontano da dove abitavo. Continuai a sbuffare rabbiosamente finché non fermai l'auto accanto alla casa di accoglienza, dove una graziosa nonnina mi sorrise attraverso il vetro forato. Scesi e la raggiunsi rapidamente.

- Sto cercando Antonio Hayden. -

- Mi scusi? - mormorò curiosa quando mi vide in quello stato.

-Antonio Hayden! - Ribadii con rabbia. - Resterai qui, vero? -

- Non potevo proprio darle questa informazione. -

- Merda... - Mi sono lasciata sfuggire un sussurro pieno di frustrazione per non so cosa. In breve, non si trattava solo della macchina. C'era molto di più dietro.

- Che cosa ha detto? - Ha appoggiato l'orecchio al vetro quando non ha sentito. Che mi piaccia o no, gli feci un lieve sorriso, giocando la carta della ruffianeria, non sapendo cos'altro avrei potuto inventarmi.

- Betty... - Cominciai a leggere l'etichetta dorata attaccata alla sua bella camicetta - ... ma che bel nome. Era anche il nome di mia nonna. -

- Non attaccare e chiunque tu cerchi, giovanotto, sappi che la mia bocca rimarrà chiusa. Pertanto, non otterrete da me le informazioni che cercate. Se ne vada o dovrò chiamare la polizia. Cosa vuole dalla ragazza? Eh? -

La vidi cercare qualcosa sotto la scrivania, finché non mi mostrò abilmente la canna di un fucile con lo scopo di intimidirmi e invitarmi ad andarmene.

Hai capito la nonna.

Alzai le mani in aria in segno di resa, sperando di calmare le acque. - Guarda, ti sto letteralmente implorando! - esclamai sinceramente. - Non voglio farle del male. -

- Ah sì? E chi lo garantisce? -

Ovviamente io. Chi altro?

Certo. Come ho potuto essere così stupido? Dietro la vecchia c'erano tutte le chiavi delle varie stanze appese a una parete di legno. Tutte tranne una e, se i miei calcoli erano corretti, quella stronzetta stava nella stanza tredici.

Le sorrisi prima di allontanarmi verso la mia auto sotto i suoi occhi scettici ma curiosi. Girai intorno all'edificio e mi fermai sull'altro lato, dove finalmente intravidi la porta di legno bianca. Le luci all'interno erano spente, così scesi e corsi a ripararmi dalla pioggia sotto i portici delle varie stanze adiacenti.

-Antonio! - ringhiai, battendo le nocche sulla porta. - Apri subito questa dannata porta, so che sei lì dentro! - Abbassai continuamente la maniglia e infine, rassegnato e rendendomi conto che la ragazza non c'era, mi appoggiai al telaio della porta. L'avrei aspettata? Oh sì!

Stavo davvero reagendo in quel modo a un graffio sulla mia auto? Comunque, Santi me lo avrebbe sistemato in un attimo, ma il mio comportamento non era dovuto solo a quello spiacevole inconveniente; era il modo in cui mi sfidava che mi faceva impazzire. Nessuno avrebbe osato fare una cosa del genere alla mia auto, quando lei me l'aveva addirittura autografata.

- Merda! - Sbuffai tra i denti, sentendomi freddo, finché in quel preciso momento i passi veloci di qualcuno attirarono la mia attenzione. Era lei, con in mano una borsa piena di cibo e bagnata fradicia. Mi riconobbe all'istante, non appena alzò il viso per vedere chi si trovava davanti alla porta della sua camera da letto. - Tu! -

Si fermò e mi guardò terrorizzata, a circa venti metri da me; si era cambiata con un paio di pantaloncini e una felpa grigia oversize.

- Ehi... ehi! - sbottai quando la vidi posare la borsa della spesa a terra prima che facesse un passo indietro e poi iniziasse a correre via come una ladra. - Ehi, fermati! -

Scarica subito l'app per ricevere il premio
Scansiona il codice QR per scaricare l'app Hinovel.