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Capitolo 02 La casa delle ceneri

Dopo la cremazione di Tommaso, Giulio e Caterina Altieri tornarono da Lontania con il volto di chi ha attraversato una vita intera in una notte.

Caterina prese l’urna bianca tra le mani e si piegò su di essa come se, stringendola abbastanza, potesse sentire ancora il peso del nipote vivo. Non riusciva a parlare; le uscivano soltanto suoni spezzati, piccoli lamenti che facevano più male di qualunque grido.

Giulio, invece, rimase in piedi, immobile, con gli occhi rossi e asciutti. Aveva superato l’età in cui il dolore cerca spettacolo: il suo stava fermo, duro, come una pietra lasciata sul petto.

Io mi inchinai davanti a loro.

Non un cenno cortese, non una formalità da famiglia rispettabile, ma un inchino profondo, definitivo, lo stesso che si fa davanti a una tomba quando si capisce che non si tornerà più indietro.

«Signor Altieri, signora Altieri,» dissi. «Vi ringrazio per avermi accolta dopo la morte dei miei genitori. Vi ringrazio per gli anni in cui mi avete trattata come una figlia. Questo inchino è per Tommaso e per la ragazza che ero quando vi ho creduti la mia famiglia.»

Caterina cercò di alzarsi.

«Silvia, no, ti prego…»

Io completai l’inchino, poi mi raddrizzai.

«Da oggi non ho più alcun legame con la famiglia Altieri né con il Gruppo Altieri.»

Giulio chiuse gli occhi.

«Quali peccati dobbiamo ancora pagare?» mormorò. «Il nostro unico nipote è morto perché nostro figlio ha scambiato una serpe per una donna da proteggere.»

«Non siete voi a dovermi dare giustizia.»

«Abbiamo fallito tuo padre,» disse lui, con la voce roca. «E tua madre. Ci avevano affidato te.»

Quando i miei genitori morirono in un incidente stradale, avevo sedici anni. Il mondo pensò che fossi rimasta senza niente, perché mio padre, Cesare Valenti, aveva sempre tenuto la sua vera eredità lontana dai giornali e dai consigli d’amministrazione. Giulio Altieri, suo amico di gioventù, mi accolse in casa propria, e io, piena di gratitudine e di solitudine, mi aggrappai a quella famiglia come se fosse l’unica rimasta.

Riccardo era già lì.

Bellissimo, arrogante, brillante quando voleva e crudele quando si sentiva minacciato. Crescemmo insieme, e io scambiai la familiarità per destino, la protezione per amore, il bisogno di essere scelta per una promessa.

Quando Giulio lasciò la guida del Gruppo Altieri, sapeva che suo figlio non era pronto. Sperava che io lo aiutassi, che lo rendessi migliore, che sostenessi l’azienda finché Riccardo avesse imparato a reggerla da solo.

Per gratitudine accettai.

Per amore restai.

Per sei anni costruì per lui ciò che lui credeva proprio: contratti, forniture, licenze tecnologiche, relazioni con banche e distributori. Il Gruppo Altieri passò da una società che arrancava a un impero valutato due miliardi, e Riccardo imparò a firmare dove io avevo già negoziato, a sorridere davanti a risultati che non aveva compreso, a ricevere applausi che non gli spettavano.

Io tacevo.

Mi ripetevo che una famiglia attraversa le tempeste. Che il tradimento con Vanessa sarebbe finito. Che Tommaso, con la sua tenacia assurda e il suo modo di portare il caffè al padre con entrambe le mani, prima o poi avrebbe sciolto qualcosa in lui.

Invece Riccardo non si sciolse.

Si svuotò.

E il vuoto lo riempì Vanessa.

Quando rientrai nell’attico, portai l’urna di Tommaso in salotto. La posai su un panno di velluto blu, accanto al suo pigiama dei dinosauri, alla pallina rossa di Briciola, a tre disegni fatti la settimana prima. In quello più colorato c’eravamo noi tre sotto un sole giallo.

Papà. Mamma. Io.

Stavo sistemando il disegno quando Riccardo entrò come una tempesta.

Non vide l’urna.

O forse la vide e decise che non gli conveniva capirla.

Attraversò la stanza e, con un solo gesto del braccio, spazzò via tutto dal tavolo.

Il pigiama cadde a terra. I disegni si piegarono. La pallina rotolò sotto il divano.

«Come hai osato chiamare i miei genitori?» urlò. «Ti ho lasciata giocare con la tua crisi isterica, ma andare a piangere da loro, inventando che Tommaso sia morto perché io ho spostato due guardie, è troppo perfino per te.»

Io guardai il pigiama a terra.

La stoffa era ancora morbida.

«Era vivo quando lo hanno portato in ospedale,» dissi. «Ha lottato.»

Riccardo rise senza gioia.

«Basta. Ti rendi conto di quanto sembri squilibrata?»

Si avvicinò e mi afferrò la mano sinistra.

«E poi c’è questa.»

Mi sfilò la fede con uno strappo.

«Vanessa si è slogata il polso. Dentro c’è giada terapeutica, o almeno così diceva mia madre quando l’ha fatta incidere. Gliela presto.»

Lo guardai.

La mia fede nuziale.

L’anello che avevo portato mentre allattavo Tommaso, mentre firmavo contratti che salvavano la sua azienda, mentre aspettavo un marito che dormiva altrove.

«È solo temporaneo,» aggiunse, infastidito dal mio silenzio. «Tanto a Vanessa non piacciono le cose usate.»

A quel punto i suoi occhi caddero finalmente sulla piccola urna bianca, rovesciata di lato ma ancora intatta.

La sua espressione cambiò appena.

«Che cos’è quella?»

Aprii la bocca.

Il telefono di Riccardo squillò.

Vanessa.

Lui guardò lo schermo, voltò le spalle e uscì dalla stanza prima che potessi rispondere.

«È tuo figlio,» dissi al salotto vuoto. «Quello che non hai mai avuto il tempo di guardare.»

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