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Capitolo 01 La seconda morte di Tommaso

Nella mia vita precedente, mio figlio Tommaso morì a cinque anni.

Non fu un incidente, non fu una disgrazia, non fu una di quelle tragedie senza volto che la gente racconta a bassa voce per paura di guardare troppo da vicino. Fu un omicidio preparato con pazienza, commissionato da Vanessa Conti, l’assistente personale di mio marito Riccardo Altieri e, come avrei scoperto troppo tardi, la donna che lui teneva nascosta dietro riunioni serali, viaggi improvvisi e messaggi cancellati.

Quando trovai le prove, obbligai Riccardo a licenziarla.

Un anno dopo, incinta di nuovo, lo vidi chiudere dall’esterno la porta del nostro attico, disattivare l’allarme antincendio e lasciare che le fiamme salissero lungo le tende del soggiorno. Quella notte persi tutto: il bambino che portavo in grembo, il respiro, il futuro. E lui rimase dall’altra parte dello schermo, a guardare.

Quando riaprii gli occhi, ero tornata indietro di due giorni.

Due giorni prima che Tommaso morisse.

Non urlai. Non svenni. Non persi tempo a chiedermi perché il destino mi avesse restituito un corridoio già visto e una condanna che conoscevo a memoria. Mi alzai dal letto, andai nella stanza di mio figlio e lo trovai addormentato con il pigiama dei dinosauri, la guancia schiacciata contro il cuscino e una mano stretta al collare di Briciola, il golden retriever che aveva salvato da un canile perché, parole sue, “anche i cani possono avere paura del buio”.

Mi inginocchiai accanto al letto e respirai il suo odore di latte, shampoo e pastelli.

Era vivo.

Questa volta, mi dissi, non te lo porteranno via.

Feci quello che nella prima vita non avevo saputo fare. Non lo mandai all’asilo. Cancellai ogni appuntamento, cambiai il percorso dell’autista, licenziai in tronco il personale domestico scelto da Riccardo e contattai, attraverso il vecchio numero di mio zio Lorenzo Valenti, una società di sicurezza che non dipendeva dal Gruppo Altieri. Pagai una somma indecente perché arrivassero uomini preparati, ex militari e specialisti in protezione familiare, con ordini firmati da me e soltanto da me: Tommaso non doveva restare solo nemmeno per andare in bagno.

Nel frattempo, feci diffondere una falsa comunicazione all’asilo: secondo la nuova agenda, Tommaso sarebbe stato accompagnato lì la mattina seguente alle otto e quaranta. Era un’esca. Il vero Tommaso sarebbe rimasto con me in un appartamento sicuro di Casa Vetra, un edificio discreto che mio padre, prima di morire, aveva intestato a una società di cui nemmeno Riccardo conosceva l’esistenza.

Credevo di aver chiuso tutte le porte.

Mi sbagliavo.

Il secondo giorno, alle sedici e dodici, Vanessa chiamò Riccardo fingendo di essere stata seguita da due uomini armati nel parcheggio del Gruppo Altieri. Piangeva, tremava, gli diceva che non riusciva a respirare e che, se le fosse successo qualcosa, la colpa sarebbe stata mia, della mia gelosia, delle mie “manie di controllo”.

Riccardo non mi chiamò.

Usò invece il suo codice esecutivo per modificare l’accesso principale dell’edificio in cui mi trovavo, sostenendo che, in quanto marito e amministratore delegato del gruppo che pagava ancora parte del servizio di vigilanza residenziale, avesse diritto a “normalizzare” la situazione. La società privata che avevo assunto rimase all’interno, ma due uomini del perimetro furono bloccati all’ingresso da un ordine urgente della portineria; contemporaneamente, una finta squadra medica, con documenti clonati dalla clinica pediatrica di Tommaso, venne autorizzata a salire per un controllo d’emergenza.

Non mi fidai.

Mi misi davanti alla porta con mio figlio dietro di me e ordinai alla guardia più vicina di non aprire.

Fu allora che scattò l’allarme antincendio.

Non era fumo vero, ma un gas irritante spruzzato nei condotti dell’aria. Gli occhi bruciavano, Tommaso tossiva, Briciola abbaiava come impazzito. Uno degli uomini della sicurezza mi prese per un braccio e mi spinse verso l’uscita di servizio, mentre un altro portava Tommaso in braccio.

Nel corridoio, le luci si spensero.

Per sei secondi.

Solo sei.

Quando tornarono, l’uomo che aveva preso Tommaso era a terra, colpito alla nuca, e mio figlio non c’era più.

Ricordo il mio urlo, ricordo le mani che mi trattenevano, ricordo Briciola che correva avanti e indietro con il guinzaglio ancora attaccato, cercando il bambino che lo aveva sempre protetto. Ricordo il telefono che squillava e il nome di Riccardo sullo schermo.

Risposi con il sangue che mi martellava nelle orecchie.

«Silvia, che diavolo stai combinando?» disse lui, irritato, distratto. «Hai messo in agitazione mezzo palazzo per una scenata. Vanessa è terrorizzata, e tu ti diverti a giocare alla madre perseguitata.»

«Hanno preso Tommaso.»

Dall’altra parte ci fu un sospiro.

Non paura. Non allarme.

Fastidio.

«Basta. Non userai nostro figlio per farmi sentire in colpa perché sono andato da Vanessa. Tommaso era più sicuro con te che in una caserma, ma tu dovevi per forza montare un teatro.»

Poi sentii la voce di Vanessa, bassa e dolce.

«Riccardo, lasciala perdere. Magari il bambino è solo nascosto. Sai che Silvia esagera quando vuole attirare l’attenzione.»

Mi venne la nausea.

«Riccardo,» dissi, «se Tommaso muore anche questa volta, io brucerò tutto quello che porti addosso: il tuo nome, la tua azienda, la donna per cui ci hai traditi.»

«Anche questa volta?» ripeté lui, e per un attimo sembrò quasi ascoltare.

Poi Vanessa pianse più forte.

Riccardo tornò freddo.

«Sei malata. Quando rientro, Tommaso verrà affidato a una persona più equilibrata. Vanessa ha già detto che può occuparsi di lui.»

Chiuse la chiamata.

Alle ventitré e quaranta, la polizia trovò Tommaso in un magazzino abbandonato dietro l’ex mercato di San Velario.

Lo portarono in ospedale ancora vivo.

Ma quando arrivai, Tommaso era già stato portato via dalla sala d’emergenza. Il medico non ebbe bisogno di spiegarmi tutto: bastarono il suo silenzio, il lenzuolo troppo piccolo e il modo in cui evitò di guardarmi negli occhi.

Mi dissero soltanto che aveva lottato, che non si era arreso subito, e che nella tasca del pigiama teneva ancora una fotografia ritagliata da una rivista: Riccardo sorridente, elegante, vincente.

Quando lo presi tra le braccia, era già freddo.

La seconda morte di mio figlio non mi spezzò.

Mi svuotò.

Poi, nel vuoto, rimase una cosa sola.

Composi un numero che non usavo da anni.

«Zio Lorenzo,» dissi, con la voce che non riconobbi. «Attiva i protocolli Valenti. Voglio che il Gruppo Altieri crolli dalle fondamenta.»

Dall’altra parte non ci fu nessuna domanda.

Solo il respiro di un uomo che aveva aspettato troppo a lungo.

«Bentornata a casa, Silvia.»

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