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Capitolo 03 L’ultimo giorno al Gruppo Altieri

La mattina seguente presentai istanza di divorzio.

Non usai gli avvocati della famiglia Altieri, né quelli che per anni avevano cenato al nostro tavolo fingendo di non vedere Vanessa seduta troppo vicina a mio marito. Chiamai uno studio scelto da Lorenzo Valenti e firmai tutto in meno di venti minuti, con l’urna di Tommaso sul sedile accanto e Briciola, ferito ma ancora vivo, sdraiato sul tappetino dell’auto.

Poi andai al Gruppo Altieri.

Non per salutare.

Per chiudere.

Daniele Ferraro, il mio vice più fidato, mi aspettava nel suo ufficio. Aveva dormito lì, lo capii dalla camicia stropicciata e dal caffè freddo accanto al computer. Quando entrai, si alzò di scatto.

«Silvia, dimmi che non è vero.»

Non chiese di cosa parlassi.

Tutti, ormai, sapevano.

«Tommaso è morto.»

Daniele chiuse gli occhi e si appoggiò alla scrivania, come se per qualche secondo le gambe non gli bastassero più.

«Dio mio.»

«Oggi lascio il Gruppo Altieri. Ti consegno le deleghe operative fino al passaggio formale, ma voglio che tu faccia una cosa: proteggi le persone che hanno lavorato con me. Chi vuole andarsene, deve poterlo fare senza ritorsioni.»

«Non puoi semplicemente andartene. Il consiglio deve approvare, Riccardo deve—»

«Riccardo ha già approvato abbastanza cose nella mia vita.»

Daniele deglutì.

«È successo anche altro.»

Lo guardai.

«Dimmi.»

«Questa mattina ha trasferito a Vanessa la divisione alta gamma. Quella che hai creato tu, partendo da zero, quando nessuno credeva che Altieri potesse vendere prodotti fuori dal mercato industriale.»

Per un secondo pensai di non aver capito.

«A Vanessa.»

«Con effetto immediato. È entrata alle otto, ha cancellato tre incontri con i fornitori, ha mandato istruzioni su contratti che non ha letto e ha chiesto al personale di chiamarla direttrice.»

Non provai gelosia.

Non più.

Provai qualcosa di molto più freddo: la percezione precisa di un edificio che sta per cedere perché qualcuno, per vanità, ha tolto i pilastri.

Il ticchettio di tacchi nel corridoio arrivò prima della voce.

Vanessa comparve sulla soglia, vestita di bianco, con la mia fede al dito come se fosse una decorazione comprata per caso. Alzò la mano abbastanza perché io la vedessi.

«Daniele, ti ho scritto tre volte. Perché non ho ancora le nuove bozze dei contratti?»

«Perché le modifiche che hai chiesto attivano penali enormi.»

«Non ho chiesto un’opinione.»

Poi mi vide.

Il suo sorriso si fece sottile.

«Silvia. Credevo fossi a casa a riposare. Dopo tutto, devi essere… scossa.»

Il corridoio era pieno di dipendenti che fingevano di passare di lì per caso. Alcuni avevano gli occhi rossi. Tommaso era cresciuto tra quelle scrivanie: portava biscotti alla reception, faceva domande ai contabili, disegnava dinosauri sulle lavagne delle sale riunioni.

Vanessa non aveva mai sopportato che lo amassero.

Riccardo arrivò attirato dal silenzio.

«Che succede?»

Vanessa cambiò espressione con una rapidità quasi elegante. La donna sicura sparì, lasciando posto alla vittima fragile.

«Riccardo, sto solo cercando di fare il lavoro che mi hai affidato, ma Daniele e le persone di Silvia mi trattano come se non avessi diritto di stare qui.»

Riccardo guardò me, poi Daniele.

«Vanessa è la nuova responsabile della divisione. Chi non lo accetta è libero di andarsene.»

Daniele fece un passo avanti.

«Dottor Altieri, se firma quelle modifiche, perdiamo forniture, margini e credibilità. Silvia ha negoziato quelle clausole in anni di lavoro.»

«Un’altra parola e ti mando in magazzino fino a fine mese.»

Il volto di Daniele si svuotò.

Riccardo si voltò verso di me.

«Visto che sei qui, puoi renderti utile. Chiedi scusa a Vanessa, davanti a tutti, per il clima di ostilità che hai creato.»

Qualcuno trattenne il respiro.

L’uomo che avevo sposato mi stava chiedendo di umiliarmi davanti alla donna che aveva mandato a morire mio figlio.

Avrei potuto rifiutare.

Stavo per farlo.

Poi due addetti alla sicurezza arrivarono dal corridoio con una gabbia per animali.

Dentro c’era Briciola.

Non quello che avevo lasciato nella mia auto con un veterinario privato in arrivo.

Era rannicchiato sul fondo della gabbia, sporco, tremante, con il respiro corto e lo sguardo spento di un animale che aveva aspettato troppo a lungo qualcuno che non arrivava.

«Che cosa gli avete fatto?» chiesi.

Riccardo parlò come se stesse discutendo di una sedia rotta.

«È stato in una struttura. Pare non fosse collaborativo. Chiedi scusa a Vanessa, e lo porti via. Rifiuti, e chiamo il servizio animali.»

Vanessa abbassò gli occhi, ma non abbastanza da nascondere la gioia.

Mi avvicinai a lei.

Ogni passo mi tolse qualcosa.

Mi fermai a un palmo dal suo viso.

«Mi dispiace.»

La frase cadde nel corridoio come un oggetto sporco.

Vanessa sorrise.

Ma nei suoi occhi, per un istante, vidi paura.

Forse perché capì che non stavo cedendo.

Stavo segnando il punto esatto da cui avrei cominciato a distruggerla.

Aprii la gabbia e presi Briciola tra le braccia. Era leggerissimo, come se in quei giorni avesse consumato tutte le forze che gli restavano per aspettare Tommaso.

Mi leccò una mano, debolmente, poi il suo corpo si rilassò contro il mio petto.

E capii che anche lui aveva smesso di aspettare.

Daniele si inginocchiò accanto a me. Alcuni dipendenti piangevano senza più nascondersi.

Posai Briciola a terra con la stessa cura con cui avevo posato l’urna di Tommaso.

Poi presi il telefono.

«Zio Lorenzo,» dissi. «Da questo momento, il Gruppo Valenti interrompe ogni rapporto strategico con il Gruppo Altieri. Non tutto in una volta: voglio che sentano cedere ogni colonna, una dopo l’altra. Materie prime, licenze tecnologiche, canali di distribuzione e garanzie bancarie. Cominciate dai contratti in scadenza.»

La voce di Lorenzo fu calma.

«L’elicottero è pronto tra tre ore.»

«Sarò lì in due.»

Alzai gli occhi su Riccardo.

Lui non aveva ancora capito.

Vanessa sì.

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