Capitolo sette
Quando mi sveglio la consapevolezza mi piomba addosso come un macigno e mi inchioda al letto di camera mia: oggi compio diciotto anni. In effetti mia madre sta bussando alla mia porta da almeno mezz’ora, ma io non ho ancora trovato la forza per alzarmi. Fuori dalla finestra stanno sbucando timidi i primi raggi di sole, tutto è silenzioso, non si sente nemmeno un animale.
Finalmente mi alzo e mi metto i vestiti che ho preparato qualche ora fa quando sono rientrata dalla corsa notturna con Clay e Lana. Un paio di leggins e una maglietta, ho promesso che me ne sarei andata di casa e che avrei sposato uno sconosciuto, non che lo avrei fatto vestita di tutto punto. Lego i capelli in una coda alta e finalmente apro la porta ritrovandomi di fronte a mia madre con un pugno alzato. Lo abbassa rapidamente e mi abbraccia con foga prima che io possa dire qualsiasi cosa.
“Piccola mia, quanto vorrei che tutto questo non fosse necessario…”
“Lo so.” Ci sono tante cose che vorrei dire, ma in questo momento non ne esce nemmeno una e quindi rimaniamo così, in silenzio, abbracciate nella semi oscurità della casa ancora addormentata.
Mio padre fa capolino dal corridoio, seguito da mio fratello che ha gli occhi verdi circondati da profonde occhiaie scure: non deve essersi mai addormentato dopo la nostra corsa, come me d’altra parte. Papà si avvicina a me e alla mamma circondandoci con le potenti braccia, con il viso sprofonda fra i miei capelli e li annusa a fondo, come a voler imprimere questo ricordo nella sua mente per sempre. Quando sciogliamo l’abbraccio Clay mi sorprende sollevandomi da terra e facendomi girare come facevamo quando eravamo piccoli. Solo dopo avermi rimessa con i piedi per terra mi dice: “Buon compleanno sorellina!” Non ho nemmeno la forza per rimbeccarlo sullo stupido soprannome, alla fine mi mancherà anche questo.
“Allora, sei pronta?” Chiede mio padre. Io annuisco debolmente e lo seguo giù per le scale, mia madre e mio fratello dietro di noi.
“Siamo leggermente in ritardo, quindi ti ho fatto portare la colazione in macchina.” Si affretta a dire mia madre con il tipico tono da mamma chioccia. “Sarà un lungo viaggio piccolina, da quando Reed Grey è diventato il nuovo alfa il loro villaggio principale è stato spostato ancora più a sud.” Mi fermo di scatto quando sento queste parole, proprio sullo stipite della porta.
“Voi non venite con me?” Mia madre esita prima di rispondere, Clay guarda deliberatamente da un’altra parte per non incrociare il mio sguardo, ma io posso vedere i suoi occhi lucidi lo stesso. Mi rivolgo a mio padre che è l’unico in grado di guardarmi negli occhi.
“Tuo fratello rimarrà qui, è il mio unico erede e non può rischiare di avvicinarsi così tanto al territorio di un’altro alfa. Io e tua madre ti accompagneremo fino al confine con la macchina, poi verrai presa in carico dagli uomini di Reed.”
“Sei uno stronzo, cazzo! E’ ancora tua figlia, non un pacco!” Clay raggiunge mio padre con due grandi falcate, dalla gola gli esce un ringhio gutturale e lo guarda dritto negli occhi con aria di sfida. Mio padre non si scompone più di tanto quando con voce bassa risponde: “Allontanati Clayton, non è questo che vuoi, stai solo soffrendo.”
Clay non si muove di un passo, i muscoli tesi pronti a scattare a qualsiasi segnale. Mi metto in mezzo a loro con una rapidità che non pensavo di avere e con voce calma e dolce dico: “Clay, va tutto bene.” Gli tocco un braccio facendo leggeri movimenti in su e in giù, ma è solo quando i suoi occhi incontrano i miei che si lascia andare alle lacrime e mi abbraccia.
“Non posso farcela senza di te Ruby…”
“Ce la farai, sei forte e questo lo sai.” Gli lascio un leggero bacio sulla guancia ispida per colpa della barba prima di sussurrargli: “Abbi cura di Lana.”
Non gli dò tempo di obiettare perché corro verso la macchina lasciandolo solo e spaesato sulla porta di casa. Solo quando chiudo la portiera e sono certa che i finestrini oscurati non gli permettano di vedermi mi lascio andare a un pianto liberatorio.
Mamma e papà salgono sui sedili anteriori, in silenzio. Durante il tragitto verso il confine osservo tutto ciò che posso fuori dal finestrino e quando passiamo davanti al lago il mio cuore si spezza ulteriormente, ma non ho più lacrime da piangere. Non vedrò più i grandi bacini d’acqua del nord, non correrò più in mezzo alle montagne di neve invernale, non parlerò più di ragazzi con Lana nelle grandi valli di erba frusciante e non sarò più la bambina dei miei genitori.
Dopo l’Alleanza, il credo più importante per i lupi di Caledon è: il branco prima del sangue. Fra poche ore verrò ufficialmente accolta nel branco dei Grey e io non sarò più parte della famiglia Black. Non mi sarà più concesso di vedere i miei familiari se non nelle occasioni diplomatiche e anche allora non potrò abbracciarli e parlare con loro come se nulla fosse: verrò trattata da estranea, sarò una minaccia a causa di mio marito, è questo il destino che mi aspetta…
“Siamo arrivati.” Annuncia mio padre dopo qualche ora di macchina, in mezzo a una valle che segna la fine dei suoi territori.
Ormai il sole è alto e posso vedere chiaramente fuori dal finestrino una macchina completamente nera che mi aspetta. C’è un solo uomo alla guida, ma sono certa che gli uomini di Reed ci stiano osservando in forma di lupo oltre la linea degli alberi.
Mia madre si gira e mi tende la mano: “Noi non possiamo scendere amore, per questioni di sicurezza, da adesso devi andare da sola.” La sua voce si incrina leggermente quando i suoi occhi si fanno lucidi. Mio padre, invece, sembra impassibile, ma dentro di me so che lo fa solo per non far stare peggio me e la mamma.
“Ci mancherai ogni giorno, in ogni piccola cosa.”
Queste sono le ultime parole che sento, le ultime parole dei miei genitori prima di uscire dalla macchina per andare verso un nuovo mondo, verso il mio destino.
