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capitolo 1

​CAPITOLO 1

​Il suono della sveglia non è un suggerimento, è una condanna. Alle 6 del mattino, il ronzio metallico mi ricorda che la mia vita appesa a un filo o, meglio, a una telefonata che ancora fatico a credere di aver ricevuto. Mi alzo dal letto sentendo il freddo di Queens insinuarsi tra gli spifferi della finestra. Il mio appartamento è piccolo, rumoroso e odora di quel caffè economico che è l'unica cosa che il mio budget mi permette di comprare dopo tre mesi di siccità lavorativa.

​Mentre faccio la doccia, cerco di calmare il tremolio delle mie mani. «Puoi farcela, Camila. È solo un lavoro da receptionist», mi ripeto. Ma so che è molto più di questo; è la luce in fondo al tunnel oscuro iniziato un anno fa, quando mio padre è morto lasciando a mia madre, alle mie sorelle gemelle e a me una montagna di debiti e un vuoto nel petto che non riesco a colmare. Essendo la sorella maggiore, il mio dovere è essere il pilastro, anche se sento che le mie stesse fondamenta stanno crollando.

​Indosso la mia gonna a tubino migliore — quella che tengo per le occasioni speciali — e una camicetta bianca che ho stirato con una precisione quasi religiosa. Mi guardo allo specchio; i miei occhi color miele sembrano stanchi, ma brillano per l'ansia. Raccolgo i capelli castani in una coda ordinata, anche se alcune ciocche ribelli, quasi bionde, si rifiutano di stare ferme e sfuggono.

​— Per te, papà — sussurro prima di uscire dall'appartamento.

​Scendo al parcheggio pregando, ma le mie preghiere muoiono non appena giro la chiave della mia vecchia auto nel contatto e il motore emette un lamento agonizzante per poi rimettersi in silenzio. Ci provo altre tre volte, colpendolo il volante con frustrazione.

​— Adesso no! Per favore, oggi no!

​Guardo l'ora sul mio orologio da polso: sono le 7:25. Se non esco subito, perderò l'opportunità alla Apex Ink prima ancora di aver varcato la soglia. Esco dall'auto e corro verso la stazione della metropolitana più vicina, sentendo i tacchi colpire il marciapiede come se fosse un conto alla rovescia. Sono super nervosa. Scendo le scale della stazione di gran carriera — o il più velocemente possibile per quanto i tacchi me lo permettano — in tempo per entrare nel vagone prima che le porte si chiudano, intrappolando un lembo del mio cappotto, che devo tirare con forza per liberarlo. Il treno è super pieno, stipato all'inverosimile; è quell'ora in cui New York sembra una massa asfissiante di corpi. Mi aggrappo a un palo di metallo cercando di recuperare il fiato e di ignorare il sudore che inizia a inumidirmi la nuca.

​È allora che sento che l'ambiente cambia. Non so come spiegarlo, ma è la sensazione che provo. È come se l'atmosfera dentro il vagone avesse smesso di scuotere. La prima cosa che noto è che gli uomini intorno a me smettono di guardare i loro telefoni; sussurri bassi riempiono l'aria. Giro la testa perché sì, sono così curiosa di sapere cosa stia causando una simile reazione.

​È allora che la vedo.

​È proprio dietro di me, a una distanza così breve che posso sentire l'aura di potere che emana da lei. È imponente, molto più alta di me; forse mi supera di quasi 20 centimetri rispetto ai miei scarsi un metro e sessanta. Indossa dei jeans scuri che fasciano delle gambe interminabili e una giacca di pelle nera che sembra ridicolmente costosa.

​So ammettere quando una ragazza è attraente, e il livello di questa è altissimo. Il suo viso è ciò che mi toglie il fiato: ha una mascella scolpita, labbra carnose e capelli neri così scuri e lucenti da sembrare seta liquida. I suoi occhi... Dio, i suoi occhi sono di un azzurro gelido così chiaro da ricordarmi i ghiacciai che vedi nei documentari. Sono bellissimi, ma capaci di ucciderti se ti avvicini troppo. Lei non guarda nessuno; mantiene un'espressione di assoluta indifferenza, come se il resto di noi fossimo semplici ombre nel suo mondo.

​Sento un sussulto nello stomaco. Un calore improvviso, completamente sconosciuto per me, comincia a salire dal ventre fino al petto. Non mi è mai successa una cosa del genere; mi sono sempre considerata una ragazza normale, eterosessuale, dai gusti semplici... Ma questa donna mi sta provocando una reazione chimica che non riesco a controllare. Il mio polso si fa erratico. Mi azzardo ad ammettere che sento le farfalle nello stomaco.

​All'improvviso, lei sposta lo sguardo. I suoi occhi azzurri si scontrano con i miei. Non abbasso gli occhi, anche se avrei dovuto farlo, visto che non è buona educazione fissare le persone nel modo in cui l'ho fatto io; eppure, resto intrappolata nel suo scrutinio. Lei mi scruta da capo a piedi, soffermandosi un istante sulla mia bocca. Vedo una scintilla di qualcosa di oscuro nelle sue pupille prima che io, morta di vergogna, volti la faccia con il cuore che mi martella contro le costole.

​«Calmati, Camila. È solo una bella donna. Solo questo», mi ripeto, vedendo quanto sia completamente illogico il modo in cui il mio corpo ha reagito.

​Il treno prende una curva a tutta velocità e, all'improvviso, i freni stridono. È un impatto secco; la mia mano scivola dal palo e lo slancio mi lancia all'indietro senza pietà. Chiudo gli occhi aspettando l'impatto contro il pavimento o contro il metallo.

​Non succede. Il colpo sperato non arriva.

​Sento delle braccia forti circondarmi con una sicurezza sorprendente. Una mano ferma si ancora alla mia vita, stringendomi contro un corpo solido e caldo. L'impatto tra la mia schiena e il suo petto mi lascia senza fiato. Il mio viso affonda nell'incavo del suo collo e, in quell'istante, il mondo esterno smette di esistere.

​Il profumo di una fragranza squisita mi inonda le narici; è un odore raffinato, una miscela di sandalo, qualcosa di legnoso e un tocco di fiori notturni. È l'odore del denaro, del lusso e di qualcosa di molto più pericoloso.

​Alzo lo sguardo lentamente. I suoi capelli neri cadono intorno a noi, creando una cortina di riservatezza in mezzo al vagone affollato. Siamo così vicine che posso vedere le pagliuzze d'argento nelle sue iridi azzurre. La sua mano ancora sulla mia vita stringe leggermente e giuro che sento una scossa elettrica percorrermi la colonna vertebrale.

​— Fai attenzione — mi dice. Il mio cervello impiega un secondo a elaborare quello che mi ha appena detto. La sua voce è un sussurro vellutato, profondo e con una nota di comando che mi fa vibrare dentro. Non è un suggerimento, è un ordine.

​— Mi dispiace... Io... Grazie — riesco a balbettare, sentendomi piccola, vulnerabile e stranamente esposta sotto il suo sguardo.

​Lei non mi lascia andare immediatamente; mi sostiene un secondo più del necessario, scansionando il mio viso con un'intensità che mi fa sentire come se potesse leggere ognuno dei pensieri peccaminosi che mi passano per la testa in questo istante. La mia maledetta mente non poteva scegliere un altro momento per farlo, doveva essere esattamente adesso. Infine, le sue mani scivolano lungo i miei fianchi con una squisita lentezza prima di lasciarmi andare.

​Il mio corpo è bollente e giuro che niente di tutto questo può essere normale. Tanto meno per il modo in cui lei mi guarda; sento che sto per andare a fuoco.

​Mantengo lo sguardo basso mentre mi sistemo la borsa. Il treno annuncia la fermata successiva. Il mio cervello è fritto; ho bisogno di uscire di qui, ho bisogno di aria fresca che cancelli l'odore del suo profumo dalla mia testa. Sono così nervosa e vergognosa per quello che ho appena provato che, non appena le porte si aprono, schizzo fuori sulla banchina.

​Non mi guardo indietro; non voglio vedere se lei mi sta guardando. Corro verso le scale mobili come si vi dipendesse la mia vita. Quando arrivo in superficie e sento la brezza del mattino sul viso, mi fermo a respirare. Mi appoggio a un muro toccandomi la vita, dove posso ancora sentire il calore delle sue dita. Il mio cuore non scende sotto i 100 battiti al minuto.

​— Che cosa mi è appena successo? — sussurro tra me e me.

​Guardo intorno e mi cade la braccia. Gli edifici non sono quelli che ricordo. Guardo il cartello della stazione: 34th Street.

​— No! No, no, no! — gemo, con le lacrime che minacciano di fare la loro comparsa.

​Per il nervosismo di sfuggire a quella donna, sono scesa due stazioni prima. Sono le 7:50. La Apex Ink è a una distanza che nemmeno un atleta olimpico potrebbe percorrere in 10 metri.

​Guardo i miei tacchi, stringo i denti e inizio a camminare quasi a passo di corsa sul marciapiede. Sto sudando, mi fanno male i piedi e sono sicura che la mia acconciatura sia un disastro, ma non mi arrenderò.

​Mentre schivo turisti e dirigenti, cerco di convincermi che, per fortuna, la donna del treno è stata solo un incontro fortuito, un aneddoto da raccontare, qualcuno che non rivedrò mai più.

​Mi maledico ancora una volta interiormente per essere scesa alla stazione sbagliata.

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