Capitolo 01 Il giorno in cui firmai
Il giorno in cui il nostro contratto matrimoniale arrivò alla fine, Marcus Sterling mi consegnò i documenti del divorzio e un assegno da cinquantamila dollari.
Lo fece nel suo ufficio, al quarantaduesimo piano della Torre Sterling, dieci minuti prima di una riunione e con il telefono ancora in mano.
«Per il servizio reso,» disse, senza alzare gli occhi. «Mio nonno è morto serenamente. Tu hai fatto la tua parte. Ora possiamo chiudere.»
L’assegno scivolò sul tavolo.
Cinquantamila dollari.
Un anno.
Per dodici mesi avevo vissuto nel suo attico come una moglie soltanto quando gli serviva davanti agli altri: cucinavo, sorridevo, tacevo. Ma soprattutto ascoltavo. Avevo imparato i nomi di chi lo chiamava dopo mezzanotte, il tono che usava quando mentiva e il silenzio che calava prima di ogni decisione importante.
Marcus, naturalmente, non lo sapeva.
Per lui ero solo la donna scelta da Gerald Sterling per realizzare il suo ultimo desiderio: vedere il nipote sposato prima di morire. Una moglie temporanea, discreta, senza famiglia ingombrante e, secondo lui, senza abbastanza denaro per rifiutare.
«Leggi e firma,» disse, spingendomi il fascicolo. «Nessuna richiesta futura, nessuna dichiarazione alla stampa, nessun diritto sull’appartamento. Ti resta l’assegno e la libertà di tornare alla tua vita.»
«La mia vita?» chiesi.
Marcus sospirò. «Elena, non cominciamo. È stato un accordo chiaro fin dall’inizio.»
Lo era stato.
Molto più chiaro di quanto lui immaginasse.
Un anno prima, Gerald Sterling mi aveva ricevuta nella biblioteca della sua residenza. Il tumore gli aveva già consumato il corpo, ma non lo sguardo. Mi aveva parlato poco di Marcus e molto di vecchi debiti, di documenti incompleti e di una donna che in casa Sterling nessuno nominava più volentieri.
Catherine Vance.
Mia madre.
«Se vuoi capire che cosa le è successo,» mi aveva detto, «devi entrare in questa famiglia come qualcuno che non temono. Non come investitrice, non come avvocata, non come nemica.»
Avrei dovuto rifiutare. Ma Gerald mi aveva mostrato una copia incompleta del contratto con cui, trent’anni prima, il Gruppo Sterling aveva acquisito a prezzo ridicolo i Laboratori Vance, l’azienda fondata da mia madre. Mancavano pagine, allegati, firme. Mancava proprio ciò che serviva per capire se Catherine avesse venduto davvero o se qualcuno l’avesse cancellata dal proprio progetto.
Così avevo accettato.
Non per Gerald.
Non per Marcus.
Per mia madre.
«Hai letto?» chiese Marcus, riportandomi al presente.
«Sì.»
«Allora firma.»
Presi la penna.
«Non hai nulla da dire?» domandò lui, quasi infastidito dalla mia calma. «Molte donne, al tuo posto, avrebbero chiesto di più.»
«Molte donne, al tuo posto, avrebbero guardato la propria moglie negli occhi almeno durante il divorzio.»
Marcus smise finalmente di controllare il telefono.
«Attenta, Elena.»
Sorrisi appena.
«Non preoccuparti. Ho imparato bene le regole di questa casa: si parla poco, si obbedisce in fretta e non si disturba chi crede di comandare.»
Il suo sguardo si indurì.
«Non trasformare un accordo civile in una scena.»
«Una scena? Mi stai liquidando con un assegno mentre hai una riunione tra venti minuti. Non credo di essere io quella che ha scelto il cattivo gusto.»
Per un istante, qualcosa gli attraversò il volto. Forse il sospetto tardivo che la donna davanti a lui non coincidesse del tutto con l’immagine che aveva tenuto in testa per dodici mesi.
Poi tornò freddo.
«Firma.»
Firmai.
Elena Vance.
Con quella firma finiva anche la clausola che mi aveva impedito di intervenire formalmente nelle operazioni del Gruppo Sterling mentre ero sua moglie. Da mezzanotte, Vance Capital avrebbe potuto rispondere alla richiesta d’investimento che il gruppo di Marcus inviava da sei mesi a un indirizzo riservato.
Marcus non sapeva che il nome Elena Vance, per Sterling, non era quello di una moglie da archiviare.
Era quello dell’unica investitrice in grado di salvarli.
Lui raccolse il fascicolo.
«Il mio autista ti porterà dove vuoi.»
«Non serve.»
Mi alzai, presi l’assegno e lo infilai nella borsa.
Arrivata alla porta, mi voltai.
«Ah, Marcus.»
Lui sollevò gli occhi.
«La prossima volta che paghi qualcuno per un anno della sua vita, almeno assicurati di sapere quanto vale.»
Non attesi la risposta.
Fuori dalla Torre Sterling, il telefono vibrò.
David.
La verifica interna è conclusa. Il fascicolo Sterling è pronto. Il ricevimento annuale degli azionisti è venerdì. Vogliono Vance Capital a ogni costo.
Guardai l’assegno.
Cinquantamila dollari.
David scrisse ancora:
Vuoi che comunichi la tua identità?
Mi voltai verso la torre.
Al quarantaduesimo piano, Marcus Sterling stava probabilmente entrando in riunione convinto di essersi liberato di un peso.
Digitai:
Non ancora. Prima deve credere di avermi liquidata.
Poi aggiunsi:
E prepara una copia dell’assegno. Venerdì potrebbe servire.
