Libreria
Italiano

Prima Che il Cuore Si Fermasse

9.0K · Completato
-
9
CapitolI
2.0K
Visualizzazioni
8.0
Valutazioni

Riepilogo

Per tre giorni non avevo bussato alla porta di Dante. Eppure fu lui a venire a cercarmi — proprio quando non avevo più bisogno di lui. «Elara.» Il modo in cui pronunciava il mio nome suonava sempre come un ordine. Basso, trattenuto, senza lasciare spazio a repliche. Non mi voltai. Mi limitai a piegare la camicia che avevo tra le mani e a riporla nella valigia aperta. Dante fece due passi avanti, lo sguardo che cadeva sui miei bagagli. «In questi giorni ti sei comportata molto bene» disse. «Finalmente sei tornata in te.» Tornata in me. Quasi risi. Certo che lo avevo fatto. Perché Nico era morto.

MafiaVendettaTriangolo AmorosoLacrimeTradimentoOdiosentimento

Capitolo 1

Per tre giorni non avevo bussato alla porta di Dante.

Eppure fu lui a venire a cercarmi — proprio quando non avevo più bisogno di lui.

«Elara.»

Il modo in cui pronunciava il mio nome suonava sempre come un ordine.

Basso, trattenuto, senza lasciare spazio a repliche.

Non mi voltai. Mi limitai a piegare la camicia che avevo tra le mani e a riporla nella valigia aperta.

Dante fece due passi avanti, lo sguardo che cadeva sui miei bagagli.

«In questi giorni ti sei comportata molto bene» disse. «Finalmente sei tornata in te.»

Tornata in me.

Quasi risi.

Certo che lo avevo fatto.

Perché Nico era morto.

Tre giorni prima, quando quei fondi non erano mai arrivati e le cure erano state costrette a interrompersi, era morto su quel letto d’ospedale sul quale giaceva da due anni.

Era morto davanti ai miei occhi.

E l’uomo che stava dietro di me — il mio fidanzato, il Padrino della famiglia Moretti — non sapeva nulla di tutto questo.

Quel denaro salvavita stava ancora «facendo il suo percorso nel sistema».

Assurdo.

Completamente assurdo.

Spinsi l’ultimo capo di vestiario nella valigia. La cerniera si bloccò per un attimo. Tirai con forza, e i denti di metallo produssero un suono aspro e stridente.

«Che cosa stai facendo?» chiese Dante.

Preparando i bagagli per andarmene da questo posto maledetto, ovviamente.

Mi voltai a guardarlo.

Quel volto era ancora incredibilmente affascinante. Un tempo ne ero stata così profondamente attratta.

«Sto solo sistemando dei vestiti vecchi» dissi.

Dante parve ancora più soddisfatto. Perché non avevo pronunciato il nome che lo infastidiva sempre.

«Bene» disse. «Smettila di venire da me continuamente per Nico. Celine ci sta già pensando lei.»

Celine.

Il cuore mi si strinse in un dolore soffocante.

Certo che se ne stava occupando lei.

Il suo modo di occuparsene era questo: farmi firmare moduli ancora e ancora, presentare documenti integrativi ancora e ancora, inoltrare richieste ancora e ancora — per poi respingerle ancora e ancora.

Le motivazioni avrebbero potuto riempire un libro spesso.

— Formattazione non corretta.

— Le informazioni del destinatario devono essere aggiornate.

— I fondi d’emergenza richiedono una seconda autorizzazione.

— Categoria di bilancio non conforme; necessaria una rivalutazione interna.

— Il Padrino è in riunione; non può essere disturbato.

— Non capisci come funzionano le cose, Elara.

Anche a occhi chiusi, riuscivo a immaginarla seduta dietro la scrivania, sorridente mentre mi spingeva indietro i documenti.

«Non avere fretta, Elara. Più ti affretti, più errori commetterai.»

Poi, un attimo dopo, si sarebbe voltata ed entrata nello studio di Dante, fermandosi al suo fianco, parlando a bassa voce.

«Ho provato ogni canale possibile.» Gli occhi le si sarebbero velati di lacrime. «Ho davvero fatto del mio meglio, ma le procedure sono procedure… Non voglio che lei finisca per infastidirti solo perché non capisce le regole.»

Quando irrompevo nello studio di Dante — «Nico non può resistere ancora a lungo.»

Quello che ricevevo era sempre quello sguardo, mentre alzava gli occhi, così calmo da risultare quasi crudele.

«Elara» diceva, «devi imparare a fare le cose seguendo le regole.»

Le regole.

Le regole potevano mantenere la famiglia Moretti stabile e potente.

Le regole potevano anche lasciare un ragazzo di diciotto anni ad aspettare in terapia intensiva fino a quando il suo cuore smetteva di battere.

«Elara, per favore, non fare così» diceva piano Celine. «Stai mettendo il Padrino in una posizione difficile.»

Ovviamente Dante credeva a lei.

Mi guardava come se fossi un fastidio ignorante.

«Basta» diceva. «Smettila di fare scenate.»

Fare scenate.

Per la vita di Nico, avevo corso dall’ospedale all’ufficio finanziario, dal notaio, ancora e ancora, fino a consumarmi le ginocchia.

E ai suoi occhi, quello era fare una scenata.

Quando tornai in me, vidi che Dante mi stava ancora osservando, come se aspettasse che dicessi qualcosa.

Pensava che quei tre giorni di silenzio significassero che avevo finalmente accettato il mio posto.

Non sapeva che non avevo più bisogno di fare rumore.

Nico era già morto.

Non mi avrebbe mai più sorriso.

«C’è qualcos’altro?» chiesi con calma.

Persino io rimasi sorpresa dalle mie stesse parole.

Le sopracciglia di Dante si contrassero leggermente. Si avvicinò al letto e sfiorò con leggerezza la cerniera della mia valigia.

«È meglio che tu mantenga questo atteggiamento collaborativo. Non voglio sentire che sei andata di nuovo a creare problemi con Celine.»

Guardai la sua mano.

Quella mano, un tempo, mi aveva infilato al dito un anello identico al suo e mi aveva detto: Sei parte di questa famiglia dalla nascita. Sei mia.

Quella stessa mano non aveva approvato in tempo i fondi per le cure di Nico.

Alzai di nuovo lo sguardo verso il suo volto e gli diedi la risposta che voleva sentire:

«Non lo farò.»

Dante annuì freddamente.

«Non crearmi problemi.»

Si voltò e se ne andò.

Non avrei davvero causato altri problemi.

Non ce n’era più bisogno.

Ogni secondo trascorso lì mi ricordava Nico.

Ora volevo solo andarmene da quel posto maledetto.