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Capitolo 5

Durante il tragitto verso casa, il telefono di Ethan continuò a squillare senza sosta.

Senza la minima esitazione lo collegò al Bluetooth dell’auto, e la voce di Mila risuonò chiaramente davanti a me.

«Tesoro, ti aspetto in ufficio. Ho comprato della nuova lingerie di pizzo~»

L’auto si fermò di colpo. Io voltai il capo, fingendo confusione.

«Che succede? Hai sentito qualcosa?»

Vedendo la mia espressione, negli occhi di Ethan balenò un attimo di senso di colpa.

Ma subito dopo, con tono caldo, disse:

«Amore, potrei dover tornare in ufficio stasera. Un cliente ha bisogno urgentemente di una proposta, devo controllarla di persona.»

Nella sua voce c’era persino una punta di scuse, come se temesse di deludermi.

Lo guardai, sorridendo con dolcezza.

«Allora vengo con te. Mi piacerebbe vedere anche il tuo ambiente di lavoro.»

Rimase chiaramente spiazzato per un istante. Il panico gli attraversò lo sguardo.

Ma si riprese subito, prendendomi la mano.

«Certo… anche se potrebbe essere un po’ noioso.»

«Va benissimo.»

Risposi piano.

L’auto entrò nel parcheggio sotterraneo del quartier generale del Carter Group.

Nella notte, solo pochi piani dell’edificio erano illuminati.

Salimmo insieme in ascensore. Lui abbassò lo sguardo sul telefono: sullo schermo lampeggiava un’abbreviazione in francese. Non serviva indovinare a chi fosse destinata.

Il mio sorriso non cambiò. Anzi, gli presi il braccio.

«Sembri molto impegnato.»

Alzò lo sguardo verso di me, con dolcezza.

«Tu sei sempre la mia priorità.»

L’ascensore arrivò all’ultimo piano.

Le segretarie erano già andate via. Il corridoio era vuoto e silenzioso.

Ethan mi condusse nel suo ufficio, indicandomi una poltrona.

«Aspettami qui. Vado solo a prendere dei documenti. Torno subito.»

«Va bene.»

Annuii sorridendo.

Si voltò e se ne andò, i suoi passi si affievolirono lentamente.

Osservai la sala d’attesa elegantemente arredata: quadri astratti alle pareti, profumo d’ambiente, un soprammobile di cristallo sul tavolo.

Proprio allora sentii dei passi leggeri fuori dalla porta e la voce bassa di una donna.

Era Mila.

Parlava con voce estremamente morbida, ancora in francese:

«Davvero lascerai che rovini la nostra splendida notte?»

Il cuore mi si strinse, le dita quasi mi trapassarono il palmo, ma rimasi seduta sul divano, composta.

Pochi secondi dopo risuonò la voce di Ethan, sempre in francese:

«Smettila. Domani sera raddoppierò per farmi perdonare.»

Chiusi gli occhi, inspirai profondamente. Quando li riaprii, lo sguardo era affilato come una lama.

Prima che entrassero, mi chinai e infilai una minuscola penna registratrice che avevo portato con me nella base del soprammobile di cristallo.

La piccola luce rossa lampeggiava con costanza, silenziosa ma potente.

Poco dopo, la porta si aprì.

Mila si immobilizzò per un istante, poi sfoderò un sorriso professionale.

«Oh, Vivian, ci sei anche tu.»

Sorrisi e mi alzai, porgendole il caffè che avevo preparato.

«Che coincidenza incontrarti stasera. Il tuo vestito è molto bello.»

La sua espressione si irrigidì appena, poi tornò normale.

Ethan sorrise con naturalezza, avvicinandosi e posandomi un braccio sulle spalle.

«Mila è venuta solo a coordinare alcuni documenti.»

«Mm.»

Annuii, come se davvero non capissi nulla.

«In realtà mi sto un po’ annoiando. Scendo a fare due passi. Chiamami quando hai finito di lavorare.»

Avevano bisogno di uno spazio per restare soli.

Così glielo concessi.

Nel dirlo, sia gli occhi di Ethan che quelli di Mila si illuminarono allo stesso istante.

Sorrisi e mi voltai.

Nel momento stesso in cui girai le spalle, il sorriso svanì.

Per l’ora e mezza successiva rimasi seduta tranquilla nel bar al piano inferiore, sfogliando delle riviste.

Quando terminarono il loro cosiddetto “straordinario”.

Ethan mi trovò nel bar, mi posò premurosamente il cappotto sulle spalle e disse piano:

«Scusa per l’attesa. Torniamo a casa.»

Quando si avvicinò, sentii chiaramente il profumo di Mila addosso a lui, e notai persino dei segni ambigui sotto il colletto della camicia.

Annuii, con voce gentile.

«Devo solo tornare un attimo su. Credo di aver dimenticato un orecchino nel tuo ufficio.»

Quando ero uscita prima, l’avevo lasciato apposta lì.

Appena aprii la porta dell’ufficio, vidi subito il soprammobile di cristallo.

La penna registratrice era lì, silenziosa, la luce rossa che lampeggiava debolmente.

Mi avvicinai, estrassi la scheda di memoria e la infilai nella borsa, poi ne inserii una nuova.

Dopo di che recuperai l’orecchino dal divano.

Le tracce ancora umide sul divano mi dissero esattamente cosa era successo: non avevo nemmeno bisogno di ascoltare la registrazione.

Le dita mi tremarono mentre stringevo forte la borsa.

Quella notte avevo raccolto un’altra prova del tradimento di Ethan.

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