Capitolo 02
I gemelli tornarono a casa dopo diciannove giorni in terapia intensiva neonatale.
L’appartamento di Rosa era una scatola da scarpe: un bilocale angusto a Bushwick, con la vernice scrostata e un termosifone che alle tre del mattino sferragliava come un tamburo di guerra.
Era il luogo più sicuro in cui avessi mai vissuto.
Posai i seggiolini sul bancone della cucina e fissai i miei figli.
Leo aveva la mascella di suo padre.
Già.
A tre settimane, l’ostinazione impressa su quel minuscolo mento era inconfondibile.
Mia aveva i miei occhi.
Scuri.
Vigili.
Già diffidenti verso il mondo.
«Hai un aspetto terribile», disse Rosa, porgendomi una tazza di caffè che sapeva di acido per batterie.
«Mi sento da schifo.»
«Bene. Perché le cose stanno per peggiorare.»
Gettò il telefono sul bancone.
Lo schermo mostrava il titolo di un tabloid.
**L’AMMINISTRATORE DELEGATO CASTELLANO ANNUNCIA IL FIDANZAMENTO CON LA MONDANA ELENA VARGAS: «È LEI LA DONNA CHE HO SEMPRE ASPETTATO»**
Sotto il titolo c’era una fotografia scattata durante il gala di beneficenza.
Luca indossava uno smoking che lo faceva sembrare scolpito da Dio in una giornata particolarmente ispirata.
Elena era appesa al suo braccio in un abito dorato, con una mano appoggiata sul ventre.
La didascalia diceva: *Bebè in arrivo! Fonti confermano che la felice coppia aspetta il primo figlio.*
Fissai la fotografia.
La mano di Luca era posata sulla parte bassa della schiena di lei.
Esattamente nello stesso punto in cui appoggiava la mano sulla mia quando eravamo costretti a partecipare insieme agli eventi, tranne che su di me sembrava un guinzaglio.
Su di lei sembrava adorazione.
«Sera?» domandò Rosa con cautela.
«Sto bene.»
«Stai stringendo quella tazza abbastanza forte da romperla.»
La posai.
Le mani tremavano.
«Lui crede che io sia sterile, Rosa. Crede che non potessi dargli ciò che voleva. E adesso festeggia insieme alla donna che si è assicurata che fosse così.»
«I referti falsificati?»
«La cugina di Elena è infermiera nella clinica. Ha scambiato i risultati dei miei esami. Ha fatto sembrare che soffrissi di insufficienza ovarica precoce.»
Il volto di Rosa impallidì.
«Questo è… Sera, è un reato. Potresti farle causa.»
«Fare causa a Castellano?» Risi. «Con quali soldi? Con quali avvocati? Nel divorzio ho rinunciato a ogni diritto. Ricevo il risarcimento e nient’altro. Nessuna rivendicazione. Nessuna disputa per l’affidamento. Perché ufficialmente non esistono bambini.»
Mia cominciò a piangere.
Un lamento sottile e stridulo che attraversò la cucina.
La presi in braccio e la cullai contro il petto.
Era tanto leggera.
Tanto fragile.
«Mi serve un lavoro», dissi.
«Hai partorito tre settimane fa.»
«E ho due bocche da sfamare, nessun risparmio dopo le spese della terapia intensiva e un risarcimento che non arriverà prima di novanta giorni.»
Rosa si morse il labbro.
Conoscevo quell’espressione.
Stava per dire qualcosa che non mi sarebbe piaciuto.
«Nella mia azienda c’è una posizione libera.»
«La tua azienda è Falcone & Associates.»
«Sì.»
«Lo studio di architettura diretto da Adrian Falcone.»
«Sì.»
«Il più grande rivale di Luca.»
«…Sì.»
La guardai.
«Che posizione?»
«Assistente esecutiva dell’amministratore delegato. L’ultima si è dimessa perché lui è, e cito testualmente, “un perfezionista impossibile, esigente e arrogante, privo di qualunque intelligenza emotiva”.»
«Mi ricorda qualcuno.»
«Lo stipendio è folle, Sera. A sei cifre. Copertura assicurativa completa. Asilo nido all’interno dell’azienda.»
Abbassai lo sguardo su Mia.
Aveva smesso di piangere e mi fissava con quegli occhi scuri e consapevoli.
«Quando è il colloquio?» domandai.
Rosa sorrise.
«Domani mattina. Alle otto.»
Guardai un’ultima volta la fotografia del tabloid.
Il sorriso di Luca.
La mano di Elena sul ventre.
La favola che vendevano al mondo.
Chiusi il browser.
«Ci sarò.»
