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Ha avuto pietà di me?

Continuavo a camminare avanti e indietro per i corridoi, amareggiata, ripensando al guaio in cui mi ero cacciata per colpa della mia stupida lingua lunga, che non ero riuscita a tenere a freno neanche quella volta davanti a quello stupido... a quel grandissimo... insomma... ero così arrabbiata da non riuscire neanche a trovare un aggettivo adatto per descrivere quanto diamine lo odiassi! Continuavo a non capire come e perché diavolo mi fossi messa in quella situazione. Ero sempre stata una persona impulsiva e schietta, che dice in faccia ciò che pensa, ma mai mi ero permessa di affermare una cosa del genere davanti a un mio professore. Il suo tono, le sue parole, avevano fatto scattare qualcosa in me. Una rabbia di quelle che non ti fanno capire più nulla, ma ti fanno solo urlare, sbraitare, quasi impazzire.

Arrivata davanti alla porta della presidenza, iniziai a pensare a tutte le cose che sarebbero potute accadere da lì a poco: punizione per due settimane? Sospensione? O addirittura espulsione? Sapevo di star esagerando, in fondo avevo solo alzato un po' la voce, ma non riuscivo a calmarmi e sentivo che i miei occhi stavano per diventare lucidi. Dopo pochi minuti passati ancora e ancora tra mille di quei pensieri, vidi l'uomo che tanto stavo detestando arrivare nella mia direzione.

Si accorse subito che ero sul punto di scoppiare in lacrime e vedendomi, forse preso da un briciolo di empatia, compassione, o forse pietà, si sedette accanto a me. Sentii immediatamente la sua coscia sfiorare leggermente la mia, il che mi provocò brividi lungo tutta la schiena. Restò per un po' in silenzio, ma davvero solo per qualche attimo. Prima di parlare, si schiarì leggermente la gola, come a chiedermi di alzare lo sguardo verso di lui, dal momento che il mio volto era inclinato verso il pavimento, a guardarmi le scarpe in segno di imbarazzo.

"Jones..." cercò di dire qualcosa.

Inutile dire che, trovandomi in quella situazione, non potei fare a meno di accentuare la mia tristezza.

Questa è come una guerra... e di certo non sarò io a perdere, caro mio!

E, stranamente, la mia tattica sembrò funzionare.

"Jones, mi guardi per favore." disse, con tono che sembrava essere di gran lunga più compassionevole, rispetto a quello col quale aveva pronunciato il mio nome pochi attimi prima. Io ignorai la sua richiesta, non muovendomi neanche di un millimetro,

"Non so lei, ma io odio quando le persone non mi guardando negli occhi mentre parlo." disse allora. Tirai su leggermente col naso, poi decisi di dargli finalmente ascolto. Il mio volto era solcato da lacrime, i miei occhi probabilmente rossi da far paura. Incontrando il mio sguardo, lo vidi deglutire per un istante, come non aspettandosi di trovarmi in tali condizioni. Poi cercò di restare serio e autoritario:

"...quello che ha detto è imperdonabile. Spero non si rivolgerà mai più a me e a nessun altro dei docenti in questo modo. Detto ciò, spero rifletta bene sul suo errore..."

Esitò un instante, guardandomi con occhi più dolci. In tutto il trambusto non avevo avuto la possibilità di osservarlo più accuratamente: due fossette profonde gli scavavano le guance e due ciglia lunghe incorniciavano perfettamente i suoi occhi di ghiacco.

È stupendo, pensai.

Ci guardammo negli occhi a lungo, come ipnotizzati. E distogliere lo sguardo dal suo, per quanto ne fossi davvero intenzionata, si stava rivelando più difficile del previsto.

Ivy, cosa diavolo stai facendo? Lui è lo stronzo che ti ha appena mandato in presidenza, sveglia!

Poi, rendendosene conto, fu lui a rompere bruscamente quel silenzio imbarazzante, togliendo entrambi da quella situazione che, non sapevamo bene per quale motivo, era improvvisamente diventata scottante.

"Facciamo in questo modo. Per oggi niente visita dal preside, voglio essere clemente. Ma se ti sento parlare ancora con questi toni, ci saranno delle gravi conseguenze."

Inutile dire che, udendo quelle parole, rimasi a dir poco incredula.

È comprensione quella che ho appena sentito?

Arrossii pensando che mi avesse dato del tu e improvvisamente mi sentii terribilmente in colpa per come l'avevo trattato.

Forse in fondo non si meritava il primo posto nella mia lista nera... magari il sesto... o il settimo...

"Mi scusi davvero professor..." mi interruppi, accorgendomi di come non conoscessi neanche il suo nome.

"Lewis, sono il professor Mark Lewis."

I suoi occhi si fissarono sui miei ancora una volta.

"Professor Lewis. Mi dispiace davvero tanto per ciò che ho detto. Non so cosa mi sia preso, davvero, le prometto che non accadrà mai più." dissi. E questa volta non stavo mentendo affatto, anzi. Ero sinceramente pentita, e avrei fatto di tutto per poter tornare a mezz'ora prima e aver tenuto chiusa la bocca. Lui fece un piccolo sorriso, che ritirò non appena si accorse lo stessi guardando.

E così vuoi sembrare più duro di quanto sei in realtà, non è così?

Tornammo in classe insieme, dove prontamente presi posto accanto ad Anne, che subito iniziò a farmi il terzo grado. Tagliai brevemente dicendo solo che l'avevo scampata.

In quel momento ero più interessata a Mark, o meglio al professor Lewis. Se fino a pochi minuti prima avrei voluto ucciderlo con le mie stesse mani, improvvisamente non potevo far a meno di osservarlo.

I suo occhi, il suo portamento, le sue spalle imponenti: non era la prima volta che ero attratta così da un uomo, ma lui aveva qualcosa di magnetico, di diverso, che davvero non riuscivo a spiegarmi. Non riuscivo a non pensare a come mi avesse guardata, a come i suoi gelidi occhi si fossero, per pochi istanti, immersi nei miei, facendomi sentire così fragile, vulnerabile. Il freddo del suo sguardo era riuscito, inspiegabilmente, a sciogliermi come un ghiacciolo al sole. Avrebbe potuto chiedermi tutto ciò che avesse voluto, tutto ciò che desiderasse. E io, in quel momento, non avrei fatto altro che stare zitta e obbedire.

Cosa diavolo mi sta succedendo? Dio mio...

All'uscita lo vidi parlare con la Stevens, la nostra professoressa d'inglese. Era una quarantenne single in disperata ricerca di un uomo, come dimostrava il suo abbigliamento non esattamente consono per una scuola, per non dire indecente: portava sempre dei tacchi a spillo, delle scollature molto profonde e delle gonne eccessivamente corte. Si truccava tanto, consapevole del fatto che, se non si fosse sbrigata, sarebbe probabilmente rimasta sola per sempre. A scuola circolavano diverse voci su di lei; si diceva avesse avuto ben tre matrimoni, ma che ognuno di essi fosse finito allo stesso modo: l'avevano mollata. Si credeva fosse una sorta di psicopatica che dopo il matrimonio mostrava il suo vero carattere di merda, facendo fuggire tutti i suoi uomini. Non aveva avuto figli. Per fortuna, aggiungerei. Quelle povere creature avrebbero dovuto sopportare una donna del genere per tutta la loro vita...

Aveva dato prova della sua eccentricità, per non dire pazzia, già numerose volte a scuola, e nonostante le diverse lettere inviate alla preside da parte di studenti aggrediti verbalmente, maltrattati e ingiustamente puniti da lei, nessuno era mai riuscito a farla andar via. Nonostante tutto, mi aveva sempre fatto molta pena: chissà come doveva sentirsi ad essere denigrata in quel modo da tutti, essere considerata una matta e dover pregare la preside di far finta di non aver mai ricevuto alcuna di quelle lettere. Ma quando quel giorno la vidi fare gli occhi dolci al signor Lewis, tutta la mia comprensione nei suoi confronti sembrò ad un tratto svanire, lasciando spazio unicamente all'odio smisurato che praticamente ogni studente della nostra scuola serbava nei suoi confronti. Ebbi seriamente voglia di strangolarla, perché sì: ero gelosa di un uomo che avevo conosciuto poche ore prima, che per di più era il mio professore di matematica e mi aveva quasi spedita nell'ufficio del preside.

Sapevo di sembrare ridicola? Sì.

Questo mi avrebbe fermata? Assolutamente no.

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