Capitolo 3: Cinque minuti
Nove del mattino. Lo studio.
Dodici persone al tavolo.
Io contro il muro con la caffettiera, perché Camilla si era assicurata che tutti sapessero esattamente a cosa servivo.
«Quella è lo straccio» aveva detto entrando, ad alta voce, calorosa e crudele. «Fa i pavimenti. Non fateci caso.»
Uno dei capidecina rise davvero.
La mappa del ponte comparve sullo schermo e tutto il mio corpo si mosse prima del cervello: quel vecchio sporgersi verso la lavagna, quel prurito nelle dita di afferrare un pennarello.
Mi obbligai a guardare il tappeto.
Camilla presentò benissimo. È brava in questa parte. Voce da documentario. Diapositive con frecce pulite.
Poi Dominic cominciò a fare domande.
«Hai messo lo scambio a due minuti.»
«Esatto.»
«Volkov ha tenuto mia sorella quattro giorni per avermi su un ponte per due minuti.»
«Volkov vuole i soldi.»
«O Volkov vuole me.» Batté una volta sul tavolo. «Spiegami la torre dell'acqua.»
Camilla non batté ciglio. «Trecento metri dalla campata. La terranno i nostri uomini.»
«Gli uomini di chi.»
«Di Sal.»
«E se quelli di Volkov ci sono già alle quattro del mattino, visto che il ponte l'ha scelto lui e non noi?»
Silenzio.
Tre secondi. Quattro.
Ho visto persone perdere tutto in quattro secondi. Non fa nessun rumore. È solo qualcuno che respira male.
«Ci adatteremmo» disse Camilla.
«A cosa.»
«Alla… situazione sul campo.»
«Non hai un piano.» Lo disse piatto. «Hai una bella mappa e nessun piano per l'unica cosa che succederà davvero su quel ponte.»
Sal intervenne. «Dominic, Camilla è la migliore che—»
«Sal, ho visto i tuoi conti. Ti serve più il mio perdono che il tuo orgoglio. Sta' zitto.»
Sal stette zitto.
Dominic si alzò e si abbottonò la giacca.
«Abbiamo finito. Porto la borsa io. Stanotte. Da solo.»
L'avvocato si alzò a metà. «Dominic—»
«Se cammini su quella campata da solo» disse piano il vecchio dall'altoparlante, «non torni. E non torna nemmeno la ragazza. La ammazzano nell'istante in cui cadi tu.»
Quella frase mi attraversò come una lama.
La ammazzano nell'istante in cui cadi tu.
So che aspetto ha. So cosa si prova a premere tutte e due le mani sul petto di un uomo alle 4:39 del mattino mentre chi l'ha fatto se ne va con i fari spenti.
Due voci in testa.
Non sono affari tuoi. Sei lo straccio. Hai una vita piccola e silenziosa e non fa più male.
Ha sempre fatto male. Hai solo smesso di chiamarlo così.
Dominic era a tre passi dalla porta.
La caffettiera era ancora nella mia mano.
«Signor Vitale.»
La mia voce uscì ferma. Sorprese me più di chiunque altro.
Dodici teste si girarono.
Camilla diventò bianca, poi rossa. «Straccio—»
«Mi dia cinque minuti» dissi.
La stanza emise un suono. Qualcuno rise. Sal disse: «Portatela fuori—».
«Ha in mano una caffettiera» sibilò Camilla. «Dominic, scusami, adesso la faccio—»
Dominic Vitale non guardò Camilla.
Si girò completamente e guardò me, e quello che aveva in faccia non era sorpresa.
Era riconoscimento. Un uomo che conferma una cosa che sospettava dalle 20:59 della sera prima, quando aveva visto una donna delle pulizie leggere le condizioni di un riscatto in nove secondi e perdere tutto il colore.
«E tu chi sei, esattamente?» disse.