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Capitolo 03 Il veleno nella luna

Callum Reed mi fece entrare dalla porta sul retro della clinica.

Non mi chiese perché fossi pallida, perché avessi ancora indosso l’abito della cerimonia sotto il cappotto, né perché il marchio sul mio collo emanasse un calore che nessun rifiuto normale avrebbe dovuto produrre. Mi guardò una sola volta e capì che, se avesse provato a consolarmi prima di curarmi, avrei potuto spezzarmi.

«Sala tre,» disse. «Adesso.»

Callum era stato il mio mentore quando avevo sedici anni e la mia lupa aveva cominciato a manifestare poteri di guarigione che nessun giovane membro del branco avrebbe dovuto possedere. Era lui che mi aveva insegnato a non aver paura del sangue, a distinguere una ferita da un avvelenamento, un collasso da una crisi del legame. Era anche uno dei pochi adulti che, dopo la morte di mia madre e la scomparsa di mio padre, non mi aveva mai trattata come un’orfana da compatire.

Mi fece sedere sul lettino, mi misurò pressione e battito, poi prelevò tre fiale di sangue. Quando vide il colore della seconda, il suo volto cambiò.

Il sangue di una lupa dovrebbe essere rosso scuro.

Il mio aveva un riflesso argenteo, appena visibile, come luce di luna sciolta in una ferita.

Callum non disse nulla.

Questo mi spaventò più di qualsiasi domanda.

«Quando ti sei trasformata l’ultima volta?» chiese infine.

Cercai di ricordare.

Alla Northern Ridge Academy i turni erano lunghi, lo studio feroce, la stanchezza costante. All’inizio mi trasformavo ogni settimana, correndo nei boschi dietro il campus per permettere alla mia lupa di respirare. Poi la fatica era aumentata. Le ossa mi dolevano. La lupa sembrava sempre più lontana, irritabile, addormentata sotto strati di nebbia.

«Otto mesi fa,» dissi.

Callum chiuse gli occhi per un istante. «Otto mesi.»

«È grave?»

«Per una lupa come te? Sì. Molto.»

Mi aprì la camicia quel tanto che bastava per osservare il marchio di Dominic. Le sue dita, fredde e precise, seguirono il bordo del morso senza toccarlo davvero.

«Il legame è stato lesionato, ma non reciso. Questo è strano. Se Dominic ha marcato Vivienne davanti al branco, il tuo vincolo avrebbe dovuto collassare o almeno sanguinare spiritualmente in modo lineare. Qui invece c’è una reazione di difesa.»

«Difesa?»

Indicò lo specchio sul lato della stanza.

Mi voltai.

La linea d’argento era ancora lì.

Più chiara, adesso. Non una ferita. Un disegno.

Seguiva il vecchio morso come una corona rotta.

«Che cos’è?»

Callum non rispose subito.

Prese il campione, lo infilò nell’analizzatore e impostò una sequenza che riconobbi solo in parte: tossicologia avanzata, marcatori di lupo dominante, tracce ematiche non lupine. Era un protocollo vietato nelle cliniche comuni, usato solo nei casi in cui si sospettavano contaminazioni da specie esterne.

Da specie vampirica.

Il mio stomaco si chiuse.

Tirai fuori dalla tasca l’orecchino che avevo trovato in camera.

«Questo era nella mia stanza. Non è mio. Non credo sia di Vivienne.»

Callum lo prese con una pinza d’argento.

Appena la pietra toccò il metallo, emise un sibilo sottile.

Lui impallidì.

«Dove l’hai trovato?»

«Nella camera da letto. Sotto il tappeto.»

«Eden.» La sua voce si fece più bassa. «Questo non è un gioiello da branco.»

«Lo so.»

«È ematite consacrata alla Corte di Sangue.»

Il nome cadde nella stanza come una lama.

La Corte di Sangue apparteneva alle storie che si raccontavano ai cuccioli per tenerli lontani dai confini dopo il tramonto. Vampiri antichi, nobili, vincolati da trattati fragili e da un odio reciproco che aveva impregnato secoli di guerre. I branchi moderni fingevano che la pace fosse stabile, ma tutti sapevano che bastava poco per farla sanguinare.

«Perché un simbolo della Corte di Sangue dovrebbe essere nella mia camera?»

L’analizzatore emise un suono acuto.

Callum guardò lo schermo.

E il silenzio che seguì fu abbastanza lungo da darmi la risposta prima ancora che lui parlasse.

«Nel tuo sangue ci sono derivati di wolfsbane.»

Mi aggrappai al bordo del lettino.

«Quanto?»

«Bassi dosaggi, accumulati nel tempo. Non abbastanza da ucciderti subito. Abbastanza da indebolire la lupa, compromettere la fertilità, rendere instabile il legame di compagno predestinato e impedirti di trasformarti.»

Le tisane.

I pacchi di Vivienne.

Le sue lettere piene di cuori e frasi affettuose: Per tenere alta l’energia durante quelle notti di studio. Per aiutarti a dormire. Perché ti voglio bene, sorellina.

«Da quanto tempo?»

Callum scorse i dati, la mascella rigida. «Almeno diciotto mesi. Forse di più.»

Mi si svuotò il petto.

Vivienne mi spediva quei pacchi da venti mesi.

«C’è altro,» disse Callum.

Non volevo sentirlo.

Ma la donna che era uscita dalla sala cerimoniale non aveva più il lusso dell’ignoranza.

«Dimmi.»

«Non è wolfsbane puro. È legato a una componente ematica fredda. Veleno vampirico stabilizzato. Una miscela antica.» Deglutì. «Si chiama Bloodbane. O almeno, così viene nominata nei testi proibiti.»

Bloodbane.

Veleno di sangue.

Veleno di luna.

La stanza sembrò inclinarsi.

«Perché qualcuno dovrebbe usare una cosa del genere su di me?»

Callum si avvicinò allo schermo, ingrandendo una parte del referto. I suoi occhi, di solito così controllati, tradivano qualcosa che somigliava alla paura.

«Perché il Bloodbane non serve soltanto a indebolire un lupo. Serve a sopprimere ciò che il lupo potrebbe diventare.»

«Non capisco.»

«I marcatori che vedo nel tuo sangue non appartengono alla linea Silvercrest. Non sono beta, non sono nemmeno semplicemente Alfa.» Si voltò verso di me. «Sono marcatori reali, Eden. Antichi. Lunari. Il genere di traccia che si trova nelle leggende sulla stirpe Moonborn.»

Risi.

O forse fu un suono spezzato che somigliava a una risata.

«Io sono un’orfana cresciuta per carità dal branco.»

«Forse è quello che ti hanno raccontato.»

La frase mi colpì più forte di quanto mi aspettassi.

Mia madre era morta quando avevo dodici anni. Attacco di rogue, dissero. Mio padre era scomparso l’anno dopo, uscito a cercare risposte e mai tornato. Il branco mi aveva cresciuta come una responsabilità da amministrare, un peso reso accettabile dal fatto che Dominic, figlio dell’Alfa, mi aveva scelta.

E se non fosse stato così?

E se qualcuno avesse saputo cosa ero molto prima di me?

Il cellulare vibrò.

Dominic.

Guardai il nome lampeggiare sullo schermo e, per un istante, vidi il ragazzo che mi aveva coperta con la sua giacca durante la mia prima trasformazione. Poi vidi l’uomo che aveva affondato i denti nella gola di Vivienne.

Risposi.

«Eden.» La sua voce era tesa, formale. «È passata più di una settimana. Dobbiamo parlare della dissoluzione. Dimmi cosa vuoi.»

Guardai Callum.

Lui mi fece cenno di continuare, mentre preparava un’altra siringa.

«Voglio incontrare Vivienne.»

Silenzio.

Poi, secco: «Assolutamente no. È incinta, sotto stress, e il medico le ha ordinato riposo. Questa questione è tra me e te.»

«Tra me e te?» La mia voce rimase calma. «Lei dorme nel mio letto, porta il tuo marchio e tuo figlio, indossa quasi il mio titolo, ma non c’entra?»

«Eden, sii ragionevole.»

«Se Vivienne non viene, porterò tutto davanti al Consiglio. Infedeltà, abuso di risorse del branco, manipolazione del vincolo e avvelenamento di una lupa del branco.»

Il suo respiro cambiò.

«Che cosa hai detto?»

«Wolfsbane, Dominic. Nelle tisane che Vivienne mi spediva alla Northern Ridge Academy. E non solo wolfsbane.»

Callum mi guardò, serio.

Io continuai.

«Bloodbane.»

Dall’altra parte della linea, il silenzio diventò così profondo da sembrare paura.

Non sorpresa.

Paura.

Questo mi disse più di qualunque confessione.

«Eden,» disse infine Dominic, con una cautela che non gli avevo mai sentito. «Dove hai sentito quella parola?»

Il sangue mi si gelò.

Lui la conosceva.

Magari non tutto. Magari non abbastanza. Ma conosceva il nome.

E questo significava che il tradimento non era iniziato nella camera di Vivienne, né nel letto che avevano condiviso mentre io studiavo lontano.

Era iniziato molto prima, in stanze dove il mio nome era stato pronunciato come un problema da risolvere.

«Domani,» dissi. «Sala di mediazione del branco. Tu, Vivienne e i vostri avvocati. Se non venite, porto al Consiglio i referti, i campioni rimasti e l’orecchino della Corte di Sangue che ho trovato nella nostra camera.»

«Non fare sciocchezze.»

Eccolo.

Non il marito.

Non il compagno.

L’Alfa.

«Hai perso il diritto di dirmi cosa fare.»

Riattaccai.

La stanza girò.

Callum mi afferrò prima che cadessi dal lettino.

«Eden!»

Sentii l’ago entrare nel braccio, il sapore amaro di un antidoto sotto la lingua, la voce di Callum che chiamava un’infermiera. Ma tutto si fece lontano, sommerso da un ululato che veniva da un luogo oscuro dentro di me.

Vidi la mia lupa.

Era in una caverna nera, magra, ferita, con catene di ferro scuro intorno al collo e alle zampe. Dalle pareti colava sangue freddo. Ombre senza volto premevano contro di lei.

Ma i suoi occhi erano d’oro.

Non spenti.

Non vinti.

Mi guardò.

Li hanno lasciati entrare, ringhiò. Ma noi siamo ancora qui.

Poi tirò una volta contro le catene.

Una sola.

E una maglia si spezzò.

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