Capitolo 01 Il morso dell’altra
Il mio compagno marcò un’altra donna durante la cerimonia in cui io avrei dovuto diventare Luna.
Non una sconosciuta.
Non una lupa qualsiasi scelta in un momento di follia, in un angolo buio dove almeno l’ipocrisia avrebbe avuto la decenza di nascondersi.
Marcò Vivienne Cross, la mia migliore amica, davanti a trecento membri del branco, mentre io ero in piedi sull’altare con un abito bianco, le orchidee intrecciate nei capelli e la corona lunare sospesa a pochi passi dalla mia testa.
Vidi i suoi canini affondare nella gola di lei.
Vidi il sangue scorrergli sulle labbra.
E vidi Vivienne sorridermi.
Non un sorriso spezzato dal rimorso, non la smorfia tremante di una donna trascinata in qualcosa più grande di lei. Era un sorriso piccolo, lucidissimo, crudele quanto basta per farmi capire che quello non era un errore, né un impulso, né una tragedia capitata a tutti noi.
Era una vittoria.
La sala sacra del Branco Silvercrest, costruita in pietra lunare e legno antico, sprofondò in un silenzio che durò forse un secondo, forse un’intera vita. Poi vennero i sussurri, i respiri trattenuti, il rumore delle sedie spostate di scatto. Qualcuno mormorò il nome della Dea Luna. Qualcun altro abbassò lo sguardo, come se la vergogna potesse passare da me a loro soltanto guardandomi troppo a lungo.
Io non gridai.
Non caddi.
Rimasi immobile.
Forse perché il dolore, quando supera una certa soglia, smette di essere rumore e diventa ghiaccio.
Dominic Ashford, Alfa del Branco Silvercrest, mio marito da tre anni e mio compagno da quando ne avevo diciannove, sollevò lentamente la testa dalla spalla di Vivienne. Il marchio fresco pulsava sulla pelle di lei come una ferita consacrata. Un marchio di compagna. Profondo. Permanente. Irreversibile.
Il legame tra me e lui, quel filo caldo e dorato che avevo sentito avvolto intorno al cuore per anni, si tese fino a diventare insopportabile.
Poi si spezzò.
Il dolore mi attraversò il petto con una violenza così precisa che per un istante fui certa che qualcuno mi avesse aperta dall’interno. Era come se una mano mi avesse afferrato le costole e le avesse strappate una a una, lasciando al loro posto solo aria, sangue e una domanda senza risposta.
Perché?
Vivienne si portò una mano al ventre.
Allora vidi.
Sotto l’abito color lavanda, morbido e studiato per sembrare innocente, il suo ventre era tondo, pieno, impossibile da fraintendere.
Incinta.
La mia migliore amica portava in grembo il figlio di mio marito.
Il figlio dell’Alfa.
L’erede che io non ero mai riuscita a dargli.
Per tre anni avevo bevuto infusi amari prescritti dai guaritori, sopportato visite umilianti, lasciato che anziane del branco mi posassero le mani sul ventre e sussurrassero preghiere alla Luna come se il mio corpo fosse un campo sterile da benedire. Dominic mi aveva tenuta tra le braccia ogni volta, dicendomi che dovevo avere pazienza, che la Dea avrebbe scelto il momento giusto, che io non ero meno sua solo perché il mio grembo era rimasto vuoto.
Ora capivo che la Dea non aveva scelto nulla.
Dominic aveva scelto al posto suo.
«Eden.» La sua voce arrivò finalmente, bassa, tesa, quasi irritata dal fatto che fossi ancora lì. «Volevo dirtelo in privato.»
Guardai il sangue di Vivienne sulle sue labbra.
«In privato.»
Lui fece un passo verso di me. Alle sue spalle, gli Anziani del branco si erano irrigiditi. L’Anziana Constance teneva le dita strette attorno alle perle del suo collare cerimoniale; Beta Marcus evitava il mio sguardo; Gamma Sheila fissava il pavimento con la concentrazione di chi spera che la pietra si apra e la inghiotta.
Sapevano.
Tutti loro sapevano.
«Vivienne merita di essere riconosciuta,» continuò Dominic, come se stesse spiegando una decisione politica, non la demolizione pubblica della mia vita. «Porta mio figlio. Il mio erede.»
Mio.
Non nostro.
La parola cadde tra noi più feroce del marchio.
«Da quanto?» chiesi.
La mia voce uscì calma. Troppo calma. Una voce che non sembrava appartenere a una donna appena umiliata davanti al proprio branco.
Dominic serrò la mascella. «Non è questo il momento.»
«Da quanto.»
Vivienne fece un piccolo respiro tremante. Le sue dita cercarono il braccio di Dominic, ma i suoi occhi rimasero su di me. «Due anni,» sussurrò. «Mi dispiace, Eden. Non volevamo che lo scoprissi così.»
Due anni.
Due anni in cui io ero stata alla Northern Ridge Academy, studiando guarigione avanzata perché Dominic mi aveva convinta che ogni Luna degna del titolo dovesse conoscere l’arte di salvare il proprio branco. Due anni di notti passate sui libri, di turni in clinica, di chiamate saltate perché avevo le mani immerse nel sangue di un lupo ferito, mentre lui mi diceva di essere fiero di me.
Non aveva voluto una Luna più forte.
Aveva voluto una moglie lontana.
E Vivienne, che mi aveva abbracciata il giorno della partenza promettendo di occuparsi degli eventi del branco, delle raccolte fondi, perfino di Dominic, aveva mantenuto la promessa.
Si era occupata di tutto.
Del mio posto.
Del mio letto.
Del mio futuro.
Il marchio sul mio collo, quello che Dominic mi aveva dato anni prima in una notte di pioggia e promesse, cominciò a bruciare. Portai una mano alla pelle, aspettandomi il dolore familiare del rifiuto, ma sotto le dita sentii qualcosa di diverso: un calore tagliente, quasi metallico.
E poi una linea d’argento.
Sottile, luminosa, viva.
Serpeggiò per un istante lungo il bordo del vecchio morso, come una vena accesa sotto la pelle. L’Anziana Constance la vide. I suoi occhi si spalancarono.
«Impossibile,» sussurrò.
Il vecchio Harrington, seduto accanto a lei, le afferrò il polso con una rapidità sorprendente per la sua età.
«Silenzio.»
Lo sentii.
Non avrei dovuto, con il dolore che mi divorava il petto e la sala intera che respirava contro di me. Ma lo sentii. E lo vidi anche: il terrore attraversò il volto degli Anziani per una frazione di secondo, subito coperto da quell’espressione composta che i potenti indossano quando hanno appena riconosciuto qualcosa che preferirebbero fingere di non aver visto.
Dominic non se ne accorse.
Era troppo occupato a proteggere Vivienne.
«Eden, torniamo a casa,» disse. «Parleremo con calma. Sei sconvolta.»
Vivienne si appoggiò a lui con un gemito delicato. «Dom, la bambina… mi gira la testa.»
La bambina.
Sapevano già che era una femmina.
Sapevano tutto.
«Portatele una sedia,» ordinò Dominic a un’omega, lasciando trapelare il comando Alfa nella voce. Poi tornò a guardarmi. «Basta così. Vivienne è fragile. Qualunque cosa tu voglia dire, la dirai più tardi.»
Fragile.
La donna che mi aveva sorriso mentre lui le imprimeva addosso un marchio sacro era fragile.
Io invece ero abbastanza forte da essere tradita in pubblico, abbastanza ragionevole da non fare una scena, abbastanza utile da sparire senza rovinare la festa.
Mi sfilai dal collo il ciondolo della Luna, quello che la madre di Dominic mi aveva consegnato il giorno del matrimonio.
L’argento era freddo contro le dita.
Per anni lo avevo portato come un onore.
Ora sembrava un guinzaglio.
Lo lasciai cadere sul pavimento di pietra.
Il suono risuonò nella sala con una chiarezza quasi brutale.
«Non ci sarà un più tardi.»
Dominic irrigidì le spalle. «Eden.»
Non mi fermai.
Scesi dall’altare.
I membri del branco si aprirono al mio passaggio senza che nessuno osasse toccarmi. Alcuni mi guardavano con pietà, altri con disagio, altri ancora con quella fame vile che nasce quando la rovina di qualcuno è troppo grande per non diventare spettacolo.
Alla porta, udii la voce di Vivienne, dolce come miele versato sul veleno.
«Lasciala andare, Dom. Ha bisogno di tempo. Te l’ho detto, alla fine capirà. Eden è sempre stata così ragionevole.»
Le grandi porte di quercia si chiusero alle mie spalle.
Soltanto allora il mio corpo cedette.
Mi piegai in avanti, una mano contro la pietra fredda del corridoio, mentre dentro di me qualcosa ululava.
Non il legame con Dominic.
Non il dolore.
La mia lupa.
Era lontana, magra, incatenata in un luogo buio che non riuscivo a vedere, ma era viva.
E per la prima volta dopo mesi, la sentii parlare.
Non siamo finite.
