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Capitolo 03

Mi svegliai con la luce del sole e i lamenti di Lily.

Per tre secondi di confusione dimenticai dove mi trovassi. Allungai una mano verso il comodino: era dal lato sbagliato. Cercai Dominic: spazio vuoto.

Poi mi tornò in mente.

Tutto.

Presi Lily, la cambiai e le diedi il biberon. Le mani si muovevano in automatico, mentre la mente riproduceva in un nauseante ciclo continuo i suoni provenienti dal monitor.

Qualcuno bussò alla porta.

«Vivienne?» La voce di mio padre. Profonda, controllata, la voce di un uomo che aveva costruito un impero finanziario e smantellato i rivali senza accelerare il battito.

«Entra.»

Entrò vestito come sempre: camicia stirata, occhiali da lettura appoggiati sulla testa. Ma gli occhi erano diversi. Più duri. Come diventavano prima di un’acquisizione ostile.

«Tua madre mi ha raccontato tutto.»

«Papà…»

«Lasciami finire.» Si sedette sulla poltrona accanto alla finestra, accavallò le gambe e intrecciò le mani. «Ho già parlato con Harrison dello studio. Sarà qui alle dieci con una squadra completa. Diritto di famiglia, tutela patrimoniale, affidamento: tutto.»

«Ho già fatto preparare un documento per l’affidamento. Tre settimane fa.»

Mio padre si fermò. Qualcosa gli passò dietro gli occhi: sorpresa, poi un lampo d’orgoglio.

«Tre settimane fa?»

«Da un po’ sapevo che qualcosa non andava. Avevo soltanto bisogno di essere certa prima di agire.»

Mi studiò a lungo.

«Sei più simile a me di quanto pensassi.»

Prima che potessi rispondere, il telefono, che avevo riacceso per controllare l’ora, impazzì.

Quarantasette chiamate perse da Dominic.

Più di cento messaggi.

Li scorsi, osservando l’evoluzione.

3:47: «Tesoro, Lily non è nella cameretta.»

3:52: «Viv? Dove sei?»

4:15: «Rispondi al telefono.»

4:30: «Chiamo la polizia.»

5:00: «Vivienne, non c’è niente da ridere. Dov’è mia figlia?»

5:22: «Se non rispondi entro dieci minuti, chiamo tuo fratello.»

5:45: «Neanche Rhys risponde. Che cazzo sta succedendo?»

6:30: «Amore, ti prego. Sono preoccupato. Dimmi soltanto che stai bene.»

Amore.

Mi chiamava amore.

Con la stessa bocca che poche ore prima era stata su Sloane.

E poi il messaggio più recente, inviato dodici minuti prima:

«Vivienne, non so che cosa stia succedendo, ma qualunque cosa sia possiamo parlarne. Torna a casa. Ti prego.»

Torna a casa.

Come se una casa esistesse ancora.

Come se casa non fosse il posto in cui si era scopato un’altra donna nel nostro letto mentre nostra figlia dormiva in fondo al corridoio.

Porsi il telefono a mio padre.

Lesse i messaggi senza cambiare espressione.

Poi lo posò e mi guardò.

«Non sa perché te ne sei andata.»

«No.»

«Bene. Che continui a chiederselo.»

Alle dieci in punto arrivarono Harrison e la sua squadra.

Sparsero documenti sul tavolo della sala da pranzo come generali che pianificavano un assedio.

«Signora Ashford…»

«Laurent», lo corressi. «Tornerò a chiamarmi Laurent.»

Harrison non batté ciglio. «Signora Laurent. In base all’accordo prematrimoniale e alle prove da lei descritte, ha solide possibilità di ottenere l’affidamento esclusivo.»

«Non voglio soltanto l’affidamento.» Sostenni il suo sguardo. «Voglio che lui non abbia niente.»

«L’accordo prematrimoniale contiene una clausola sull’infedeltà. Se riusciamo a dimostrare la relazione…»

«Posso dimostrarla.» Estrassi il telefono e aprii un file.

Tre settimane di registrazioni del baby monitor.

Audio. Con data e ora. Perfettamente nitido.

Ogni gemito. Ogni sussurro. Ogni parola compromettente.

Harrison ascoltò quattordici secondi, poi sollevò una mano.

«È più che sufficiente.»

Mio padre si appoggiò allo schienale, un sorriso gelido sul volto.

«Dominic Ashford non ha idea di ciò che sta per travolgerlo.»

In quel momento suonò il campanello.

Rhys comparve sulla soglia della sala da pranzo, con l’espressione tesa.

«Viv.»

«Che cosa c’è?»

«È qui.»

Mi si gelò il sangue.

«Dominic è al cancello. E ha portato Sloane.»

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