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Capitolo 03

Dormire nella Torre Moretti fu impossibile.

Mi assegnarono un appartamento al sessantesimo piano, con una camera bianca, lenzuola perfette e una vista su Bellavalle che avrebbe dovuto farmi sentire potente. Invece passai la notte a camminare scalza sul pavimento freddo, chiedendomi se il nome Elena Valenti fosse mai stato mio o se fosse stata soltanto una targhetta cucita addosso a una bambina troppo piccola per protestare.

Alle cinque del mattino smisi di fingere che il sonno potesse arrivare e aprii il portatile.

Se il Gruppo Moretti era davvero mio, dovevo capirlo prima che qualcuno decidesse di spiegarmelo con parole più comode.

Alle nove ero nella sala del consiglio.

Dodici dirigenti mi fissavano come si guarda un’ospite imprevista durante una riunione di famiglia: con cortesia sufficiente a non sembrare ostili e con ostilità sufficiente a non essere scambiati per accoglienti.

Marco Ferri sedeva alla mia destra. Lorenzo era in piedi vicino alla vetrata, le braccia conserte, abbastanza distante da non sembrare il mio difensore e abbastanza vicino da far capire a tutti che, se qualcuno avesse provato a mordere, avrebbe perso i denti.

Il direttore finanziario, un uomo dal volto sottile di nome Dario Silvestri, aprì la cartella.

«Signora Moretti, comprendiamo la delicatezza della situazione, tuttavia la guida di un gruppo come questo richiede esperienza, continuità e prudenza.»

Sorrisi.

«Tradotto: sperate che io firmi quello che mi metterete davanti e resti in silenzio.»

Nessuno parlò.

Dario si schiarì la voce.

«Non intendevo questo.»

«Lo so. È il problema.»

Aprii il documento che avevo preparato durante la notte e lo proiettai sullo schermo.

«La trattativa sul porto di Levante è bloccata da undici mesi perché la state trattando come un’operazione immobiliare. Non lo è. È un corridoio logistico con conseguenze assicurative, doganali e bancarie. Se continuate così, perderete il consorzio entro quaranta giorni.»

Vidi tre dirigenti scambiarsi uno sguardo.

Dario smise di sorridere.

Continuai.

In nove minuti smontai il loro modello, indicai le clausole deboli, mostrai dove i Valenti avevano tentato di inserirsi tramite una società di facciata e proposi una struttura alternativa che riduceva il rischio operativo senza regalare il controllo ai partner locali.

Al settimo minuto nessuno prendeva più appunti per fingere interesse.

Li prendevano perché avevano bisogno di seguire.

Quando finii, la sala era diversa.

Non amichevole.

Ma attenta.

«Queste analisi,» disse Dario dopo un lungo silenzio, «sono state preparate da lei?»

«No,» risposi. «Da un fantasma molto competente che ha passato anni a rendere ricchi uomini convinti di essere più intelligenti di lei.»

Una risata soffocata arrivò dal fondo.

Lorenzo abbassò lo sguardo, ma non abbastanza da nascondere il sorriso.

Dopo la riunione mi accompagnò lungo un corridoio laterale.

«Hai appena spaventato metà del consiglio.»

«Solo metà? Devo migliorare.»

«L’altra metà era troppo occupata a capire se doveva offrirti un contratto o un esorcista.»

Mi sorpresi quasi a sorridere.

Poi ricordai chi era.

«Perché mi guardavi così?»

«Come?»

«Come se sapessi già che l’avrei fatto.»

Lorenzo rimase in silenzio.

Il corridoio terminava davanti a una porta di legno scuro.

«Vittorio lasciò istruzioni precise. Questa stanza doveva restare chiusa finché non fossi tornata tu.»

Aprì.

L’odore di carta, pelle e tabacco spento uscì dalla stanza come un respiro antico.

Era uno studio privato.

Lungo le pareti non c’erano diplomi né trofei, ma fotografie.

Centinaia.

Una bambina all’uscita di una scuola. Una ragazza con lo zaino sulle spalle. Io, adolescente, seduta su una panchina, intenta a leggere. Io all’università. Io davanti alla sede del Gruppo Valenti il mio primo giorno di lavoro.

Io.

Sempre io.

Mi mancò l’aria.

«Mi ha fatta seguire?»

«Sì.»

«Per anni?»

«Per anni.»

«E questo dovrebbe commuovermi?»

Lorenzo non rispose subito.

«No. Dovrebbe solo dirti che non sei stata dimenticata.»

Toccai una fotografia in cui avevo forse dodici anni. Indossavo un cappotto troppo grande e tenevo gli occhi bassi. Ricordavo quel giorno: Sofia mi aveva detto che sembravo una domestica con i vestiti ricevuti in regalo.

Una bambina guardata da lontano.

Mai salvata.

«Sapevi di queste foto?»

«Sì.»

«E non hai mai pensato di venirmi a prendere?»

Il colpo lo raggiunse.

«Quando Vittorio morì avevo vent’anni. Non avevo prove, non avevo autorità, e i Valenti avevano blindato la tua identità in modo quasi perfetto.»

«Quasi.»

«Quasi,» ammise.

«E negli ultimi anni?»

La sua mascella si irrigidì.

«Negli ultimi anni ho cercato di capire perché Enrico Valenti temesse più il tuo ritorno che la perdita di un patrimonio.»

La risposta non mi bastò.

Ma era troppo specifica per essere inventata.

Mi voltai di nuovo verso la parete.

Allora la vidi.

In basso, quasi nascosta dietro una cornice più grande, c’era una fotografia diversa.

Due bambine.

Uguali.

Stessi capelli scuri, stesso viso tondo, stessa bocca seria.

Una ero io.

L’altra mi teneva la mano.

La staccai dalla parete con dita rigide.

Sul retro c’era scritto:

07-A e 07-B.

Sotto, una seconda annotazione:

Una conservata. Una trasferita.

Il sangue mi si gelò.

«Chi è lei?»

Lorenzo chiuse gli occhi.

Per un istante, il suo controllo cedette.

«Elena—»

«Chi è?»

Marco Ferri apparve sulla soglia, pallido.

Aveva in mano la cartella del Progetto Aurora.

«Credo,» disse piano, «che sia il momento di aprire ciò che Vittorio non ha avuto il coraggio di dirle per primo.»

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