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Capitolo 02

L’auto non mi portò in un albergo, né in uno studio legale qualunque.

Attraversò il centro di Bellavalle, superò i viali delle banche e dei palazzi ministeriali, poi si fermò davanti alla Torre Moretti, sessantadue piani di vetro scuro e pietra chiara che tagliavano il cielo come una promessa fatta da qualcuno abituato a mantenerla.

Durante il tragitto, Marco Ferri non cercò di consolarmi. Forse per professionalità, forse perché aveva già visto troppe vite spezzarsi per credere che le parole, da sole, potessero rimetterle insieme.

Io guardavo la città scorrere dietro il finestrino e cercavo di capire quale parte di me stesse tremando di più: quella appena abbandonata dai Valenti, o quella che aveva appena scoperto di portare un nome diverso.

Il piano sessantuno era silenzioso.

Non il silenzio vuoto degli uffici chiusi, ma quello pieno del denaro antico, della potenza che non deve spiegarsi. Una sala con vetrate immense, un tavolo di noce, pochi quadri alle pareti. Nessun ornamento inutile. Nessuna fotografia di famiglia.

Solo, al centro della parete più lunga, uno schermo spento.

Marco mi indicò una sedia.

«Prima che le mostri i documenti, deve ascoltare una voce.»

«Di chi?»

«Di Vittorio Moretti.»

Il nome mi fece irrigidire.

Tutti conoscevano Vittorio Moretti.

Fondatore del Gruppo Moretti, uomo d’affari spietato, filantropo celebrato, morto quindici anni prima lasciando dietro di sé fondazioni, banche, industrie e una quantità di leggende sufficiente a riempire intere biblioteche.

Marco premette un comando.

Lo schermo si accese.

Un uomo anziano apparve seduto in una poltrona, il volto scavato dalla malattia ma gli occhi ancora vivi, di un grigio chiaro quasi crudele. Non sembrava un nonno da racconti dolci; sembrava un uomo che aveva comandato per troppo tempo e che, alla fine, era rimasto solo con ciò che aveva fatto.

«Elena,» disse.

Non “Vivienne”, non un nome straniero, non una parola romantica.

Elena.

Come se sapesse che quello era l’unico nome che avrei potuto sopportare.

«Se stai guardando questa registrazione, vuol dire che sei uscita dalla casa dei Valenti. Avrei voluto venirti a prendere io, ma ho perso il diritto di chiedere al destino una gentilezza simile.»

La sua voce era ferma, eppure ogni parola sembrava trascinarsi dietro un peso.

«Quando avevi cinque anni, Enrico Valenti venne da me in un momento in cui la famiglia Moretti era più fragile di quanto il mondo potesse immaginare. Tuo padre era morto, tua madre non c’era più, e io avevo costruito troppi nemici per permettermi un altro scandalo. Enrico mi offrì il silenzio in cambio di te.»

Mi mancò il respiro.

Marco rimase in piedi vicino alla finestra, immobile.

«Non ti dirò che fui innocente,» continuò Vittorio. «Non lo ero. Ci sono cose che ho fatto da giovane, ambizioni che ho inseguito, porte che non avrei mai dovuto aprire. Enrico lo sapeva. Usò quelle prove per portarti via e nasconderti sotto il nome Valenti. Mi promise che saresti stata cresciuta al sicuro, istruita, protetta. Io ero abbastanza codardo da credere che fosse meglio perderti viva che vederti distrutta da ciò che avevo creato.»

Le lacrime mi riempirono gli occhi prima che potessi fermarle.

«Ogni anno ho cercato di riportarti indietro. Ogni anno ho fallito. Enrico seppellì la tua identità dentro registri falsi, adozioni chiuse, fondazioni di comodo. Quando capii che non sarei riuscito a liberarti, decisi almeno di lasciarti il potere per farlo da sola.»

Vittorio alzò una cartella rilegata in pelle.

«Il giorno in cui avresti compiuto ventotto anni, e solo se ti fossi separata legalmente o pubblicamente dai Valenti, il controllo del Gruppo Moretti sarebbe passato a te. Cinquantuno per cento. Non come risarcimento, perché nessun patrimonio compra un’infanzia rubata. Come strumento.»

Si chinò verso la telecamera.

«Ma ascoltami bene, Elena. Non fidarti di me solo perché sono sangue tuo. Il sangue mente meglio degli estranei. Cerca le prove. Anche contro di me.»

Lo schermo si spense.

Per alcuni secondi sentii solo il mio respiro.

Poi Marco mi porse una cartella.

«Il testamento temporizzato si è attivato stanotte, nel momento in cui lei ha cancellato il suo profilo dal registro Valenti. Tecnicamente, signora Moretti, lei è la nuova azionista di maggioranza del Gruppo Moretti.»

Risi.

Non perché fosse divertente.

Perché la mente, quando non sa scegliere tra dolore e assurdo, a volte produce un suono sbagliato.

«Io sono uscita da una festa umiliata, senza casa e senza famiglia.»

«Sì.»

«E adesso lei mi sta dicendo che possiedo metà di un impero?»

«Più della metà.»

Mi passai una mano sul viso.

«Perché non mi sento fortunata?»

Marco non rispose subito.

«Perché non lo è.»

In quel momento la porta si aprì.

L’uomo che entrò non aveva il sorriso di circostanza di Marco né l’aria stanca degli avvocati. Era più giovane, sui trentacinque anni, con capelli scuri e occhi che sembravano aver imparato troppo presto a non chiedere permesso. Il suo completo grigio era impeccabile, ma non riusciva a nascondere una tensione trattenuta, come se ogni gesto fosse stato allenato per non rivelare nulla.

Marco si raddrizzò.

«Lorenzo Moretti.»

L’uomo mi guardò.

«Elena.»

Pronunciò il mio nome con una naturalezza che mi irritò.

«Ci conosciamo?»

«No.»

«Eppure sembra che lei mi conosca.»

Lorenzo non negò.

«So alcune cose su di te. Meno di quelle che avrei voluto. Più di quelle che avresti voluto tu.»

«È una risposta o una minaccia?»

Un’ombra gli attraversò il volto.

«È il modo peggiore possibile per dirti che non sono tuo nemico.»

«Le persone che decidono questo di solito sono proprio quelle da cui bisogna diffidare.»

Marco tossì piano.

«Lorenzo è stato cresciuto da Vittorio Moretti dopo la morte dei suoi genitori. Non è un parente biologico, ma per molti anni è stato il suo uomo di fiducia.»

«Il suo uomo di fiducia,» ripetei.

Lorenzo non distolse lo sguardo.

«Il suo errore meglio riuscito, forse.»

Prima che potessi chiedere cosa significasse, il mio telefono vibrò.

Enrico Valenti.

Risposi.

«Dove sei?» chiese, senza salutare.

La sua voce non era più quella calda del padre pubblico. Era asciutta, irritata, pericolosa.

«Non alla tua festa.»

«Non giocare con me, Elena. Hai preso documenti che appartengono al Gruppo Valenti.»

«Documenti che ho creato io.»

«Tu non hai creato niente. Ti abbiamo dato un nome, un tetto e un posto in cui essere utile. Non confondere la gratitudine che ci devi con la proprietà.»

Guardai Lorenzo.

Lui ascoltava, immobile.

«Ho scoperto un altro nome,» dissi.

Dall’altra parte ci fu silenzio.

Un silenzio brevissimo.

Ma bastò.

«Chi ti ha parlato?» chiese Enrico.

La paura non era nella sua voce.

Era sotto.

«Buonanotte, Enrico.»

«Se metti piede nella Torre Moretti, non uscirai viva dalla verità che troverai.»

Chiuse la chiamata.

La mano mi tremava.

Lorenzo si avvicinò di un passo.

«Adesso capisci perché Vittorio non voleva solo restituirti un patrimonio.»

«No,» dissi. «Adesso capisco che tutti voi sapete qualcosa che io non so.»

Lorenzo abbassò lo sguardo sulla cartella che Marco non aveva ancora aperto del tutto.

Dalla tasca interna spuntava un’etichetta.

Progetto Aurora.

Soggetto 07-A.

Io allungai la mano.

Marco la fermò.

«Non stanotte.»

«È la mia vita.»

Lorenzo parlò piano.

«No, Elena. È solo l’inizio di ciò che ti hanno fatto.»

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