Capitolo 01
Il sangue sulla sua camicia.
La fede nuziale nella spazzatura.
Una donna che rispondeva al suo telefono alle due del mattino chiamandolo «tesoro».
Tre proiettili in pieno petto, eppure ero ancora in piedi.
A malapena.
Ero nella cucina della tenuta dei Moretti, scalza sul marmo freddo, e osservavo gli uomini di mio marito trasportare borsoni attraverso la porta sul retro come se fosse un martedì qualunque.
Ma non lo era.
Perché venti minuti prima avevo trovato la fede di Luca Moretti, l’anello d’oro di mia nonna che avevamo fatto adattare al suo dito, gettata nel cestino del bagno come l’involucro di una gomma da masticare.
E dieci minuti prima avevo chiamato il suo numero.
Aveva risposto una donna.
Voce assonnata.
Soddisfatta.
«Luca, torna a letto.»
Ero incinta di sette settimane.
Lo avevo aspettato sveglia per dirglielo.
«Luca.»
Pronunciai il suo nome dalla soglia della cucina.
Sei uomini armati si immobilizzarono come se avessi estratto una pistola.
In quella casa, quando la moglie del don usava quel tono, era più pericolosa di un’arma.
Mio marito uscì dallo studio.
Piccole macchie di sangue gli punteggiavano il colletto bianco.
Il sangue di qualcun altro.
Era sempre il sangue di qualcun altro.
Mi osservò con quegli occhi neri che mi avevano fatto innamorare a diciannove anni e desiderare di morire a ventitré.
«Sera. Dovresti dormire.»
«Chi è lei?»
Gli uomini scomparvero.
Si poteva dire ciò che si voleva dei soldati della mafia.
Sapevano sempre quando era il momento di dileguarsi.
Luca allentò la cravatta con una mano e si versò del whisky con l’altra.
Calmo.
Controllato.
Le stesse mani che durante la prima notte di nozze mi avevano tenuto il volto e avevano giurato che ero tutto il suo mondo.
«Chi sarebbe chi?» domandò senza nemmeno guardarmi.
«La donna nel tuo letto. Quella che ha risposto al tuo telefono. Quella dalla quale, a quanto pare, hai intenzione di tornare, visto che la nostra fede è nella spazzatura.»
Bevve lentamente.
«Hai frugato nel cestino?»
«Hai buttato via il nostro matrimonio. Io ho soltanto trovato la prova.»
Qualcosa attraversò il suo viso.
Fastidio, forse.
Non senso di colpa.
Luca Moretti non provava sensi di colpa.
Guidava la famiglia criminale più potente della costa orientale.
Aveva ordinato omicidi prima di colazione.
Il rimorso era un lusso riservato alle persone con peccati più piccoli.
«Valentina è una questione di affari», disse con voce piatta.
«Le questioni di affari non rispondono nude al telefono alle due del mattino.»
«Non capisci come funziona questo mondo, Sera.»
«Lo capisco da quattro anni. Ho accolto i tuoi capi. Ho sorriso a uomini che hanno ucciso persone. Ho lavato il sangue dalle tue camicie senza chiederti mai a chi appartenesse.»
La voce si alzava.
Si spezzava.
E odiavo me stessa per questo.
«L’unica cosa, l’unica, che ti ho chiesto era di essermi fedele. Me lo avevi promesso, Luca. Sull’anello di mia nonna.»
Posò il bicchiere.
Finalmente mi guardò.
Mi guardò davvero.
E quello che vidi non fu il volto di un uomo appena scoperto.
Era il volto di un uomo che aveva già deciso che per me era finita.
«Voglio che tu te ne vada entro domattina», disse.
Le parole si conficcarono tra le costole.
«Cosa?»
«Ho già fatto preparare i documenti. Avrai l’appartamento a SoHo. Del denaro. Abbastanza per vivere. Ma questo… noi… è finito, Sera. Lo è da molto tempo.»
La mano scivolò sul ventre.
Sette settimane.
Un battito minuscolo che avevo ascoltato il giorno prima su un lettino di una clinica.
Da sola.
Perché lui aveva annullato ancora una volta per «affari».
Quasi glielo dissi.
Le parole mi salirono in gola.
*Aspetto tuo figlio.*
Ma poi il telefono vibrò sul bancone.
Vidi il nome sullo schermo.
**Valentina ❤️**
Un cuore.
Aveva assegnato un cuore alla sua amante.
In quattro anni di matrimonio Luca Moretti non aveva mai usato nemmeno un’emoji con me.
Richiusi la bocca.
«Va bene», dissi.
Sbatté le palpebre.
Il don della famiglia Moretti.
L’uomo che faceva supplicare i senatori e scomparire i rivali.
Per un istante rimase senza parole.
«Va bene?» ripeté.
«Entro domattina non sarò più qui.»
Mi voltai.
Uscii dalla cucina.
Superai le guardie del corpo che evitavano il mio sguardo.
Attraversai il corridoio pieno di ritratti di famiglia, dove la mia immagine sembrava essere già stata cancellata.
Uscii dalla porta principale della fortezza che avevo chiamato casa per quattro anni.
Il cancello di ferro si richiuse dietro di me.
E mi concessi di sentire tutto.
Un’unica ondata di dolore.
Assoluta.
Distruttiva.
Tanto violenta da rendere bianca la vista.
Poi la seppellii.
In profondità.
Accanto al test di gravidanza.
Accanto alle rovine del mio cuore.
Perché la donna che aveva lasciato la tenuta dei Moretti era già morta.
E quella che stava nascendo al suo posto non aveva più nulla da perdere.
E tutto da proteggere.
