Capitolo 03 Le quote di Eleanor
Lo studio Reynolds & Associati occupava il quarto piano di un palazzo antico. Sophia arrivò alle otto e quarantasette, con un tailleur nero appartenuto a sua madre e il livido sulla tempia coperto male dal trucco.
Carlo Reynolds la ricevette personalmente.
«Sua madre si fidava di me,» disse.
Sophia si sedette.
«Allora perché non mi avete protetta prima?»
Reynolds non si offese.
«Perché non avevamo accesso a lei. Suo padre aveva ottenuto il ruolo di referente familiare per le comunicazioni patrimoniali. In teoria doveva agire nel suo interesse. In pratica ha permesso a Diane di costruire un muro intorno a lei.»
«E voi siete rimasti a guardare.»
«Abbiamo contestato. Ma senza una sua firma diretta, ogni nostra iniziativa veniva presentata come interferenza. Ora però lei è qui. E questo cambia tutto.»
Sul tavolo comparvero copie certificate, estratti conto, verbali, firme.
La firma di Sophia era ovunque.
O meglio: qualcuno aveva provato a imitarla ovunque.
Alla decima firma falsa, lo stupore finì e rimase solo rabbia.
«Sua madre possedeva il cinquantadue per cento di Lumière,» spiegò Reynolds. «Richard Hart non ha mai avuto il controllo legale di quelle quote. Diane ancora meno.»
«Eppure hanno votato al posto mio.»
«Con una procura falsa e con l’appoggio di alcuni funzionari interni.»
Poi Reynolds le mostrò il finanziamento Cross: sei mesi prima, Diane aveva ottenuto un prestito formalmente destinato all’espansione internazionale di Lumière. In realtà, parte del denaro era stata deviata verso società controllate dai Hart. Come garanzia erano stati offerti diritti economici e voti collegati alle quote di Sophia.
«Poteva farlo?»
«No.»
«Allora perché Ethan ha accettato?»
Reynolds la guardò.
«Perché, se nessuno avesse contestato la procura, sulla carta sembrava tutto regolare. E perché, se Lumière fosse entrata in difficoltà, Cross avrebbe potuto trattarla come una preda.»
Sophia capì.
Il matrimonio non era stato solo una copertura sociale.
Finché lei era la moglie docile di Ethan, nessuno avrebbe creduto che Cross Industries stesse cercando di impossessarsi di Lumière contro la volontà dell’erede. Ethan sarebbe stato marito, creditore, salvatore. Diane la matrigna preoccupata. Richard il padre travolto dagli eventi.
E Sophia?
Instabile. Ingrata. Incapace.
Forse l’incidente avrebbe reso tutto più semplice.
«L’autista che mi ha colpita è stato trovato?»
Reynolds abbassò gli occhi.
«Non ancora.»
Prima che Sophia potesse rispondere, la porta si aprì.
L’uomo che entrò era alto, in cappotto color carbone, con uno sguardo troppo lucido per essere solo cortese.
«Signor Kane,» disse Reynolds.
Sophia rimase seduta.
L’uomo notò il livido sulla sua tempia. La sua espressione cambiò appena: non pietà, ma fastidio, come se qualcuno avesse danneggiato qualcosa che non avrebbe dovuto essere toccato.
«Sophia Hart,» disse.
«Dominic Kane, immagino.»
«Immagina bene.»
«Mi aspettavo Alexander.»
Qualcosa gli attraversò lo sguardo.
«Mio padre è morto due anni fa.»
«Mi dispiace.»
«Anche a lui sarebbe dispiaciuto non essere qui oggi.»
Dominic si sedette.
«Mio padre possedeva il quindici per cento di Lumière e non ha mai venduto perché aveva promesso a Eleanor che, se un giorno sua figlia fosse rimasta sola, avrebbe avuto almeno una voce in consiglio pronta ad ascoltarla.»
Sentire il nome di sua madre pronunciato con rispetto fece male a Sophia più del previsto.
«Lei cosa vuole?» chiese.
Dominic appoggiò le dita sul fascicolo.
«Voglio impedire che Cross metta le mani su Lumière. Voglio rispettare l’ultima volontà di mio padre. E voglio vedere Diane Hart spiegare davanti a un giudice perché ha usato la firma di una ragazza che diceva di considerare una figlia.»
«E da me cosa vuole?»
Quella domanda sembrò interessarlo.
«Che smetta di chiedere il permesso.»
Sophia rimase immobile.
Dominic continuò:
«Non sono venuto a salvarla. Non sono un principe con un cognome più utile. Posso aprirle porte che altri le hanno chiuso. Posso darle documenti, voti e avvocati che Diane non può comprare. Ma dentro quella sala dovrà entrarci lei.»
Per la prima volta da molto tempo, Sophia sentì qualcosa che assomigliava al rispetto.
Era quasi più pericoloso della gentilezza.
«Bene,» disse. «Non ho bisogno di essere portata in braccio.»
Dominic sorrise appena.
«Lo sospettavo.»
Reynolds riportò la conversazione ai fatti: il prossimo consiglio di Lumière era fra quattordici giorni, e Diane voleva approvare una fusione preliminare con Cross Industries. Sulla carta era una fusione; nella realtà, una cessione mascherata.
«Cosa possiamo fare?» chiese Sophia.
«Contestare la procura, congelare i voti usati da Diane, chiedere un provvedimento d’urgenza sul finanziamento Cross e convocare una verifica straordinaria dei conti,» rispose Reynolds.
Dominic aggiunse:
«Io posso votare il quindici per cento contro la fusione. Se lei recupera anche solo parte dei suoi diritti di voto, Diane perde la maggioranza.»
Sophia guardò le firme false.
Poi il nome di Ethan.
Poi quello di sua madre.
«Allora non faremo uno scandalo domani.»
Dominic sollevò un sopracciglio.
«No?»
«No. Diane si aspetta che io urli. Ethan che io supplichi. Mia che io sembri pazza.» Sophia chiuse il fascicolo. «Lasciamoglielo credere ancora per qualche giorno.»
Il telefono vibrò.
Un messaggio di Mia.
Domani cena di famiglia. Papà vuole vederti. Cerca di non fare la vittima, per una volta.
Sophia mostrò lo schermo.
«Mi hanno appena invitata a cena.»
Reynolds sembrò allarmato.
«È pericoloso.»
«Lo so.»
Dominic non disse subito di no.
Questo le piacque.
«Se ci va,» disse lui, «ci va preparata. Niente gesti impulsivi, niente minacce, niente documenti con sé. Solo ascolto.»
Sophia si alzò.
Il corpo le faceva male, ma sotto il dolore c’era qualcosa di nuovo, come una stecca d’acciaio lungo la schiena.
«No, signor Kane. Sto solo ricordando chi era mia madre.»
Dominic le porse una busta.
«Allora inizi da qui.»
Dentro c’era una lettera di Eleanor.
Alla mia bambina, quando sarà pronta a smettere di chiedere amore a chi sa soltanto usare.
Sophia riconobbe la grafia e, per un istante, non riuscì a respirare.
La sera prima era uscita dall’ospedale con un divorzio non firmato e il cuore in pezzi.
Quella sera uscì dallo studio Reynolds con il nome di sua madre in mano, il voto di un socio potente al suo fianco e quattordici giorni per impedire a Ethan Cross di rubare l’unica cosa che Eleanor le aveva lasciato davvero.
Non era ancora una vittoria.
Ma era una direzione.
