Capitolo 01 Il foglio sul comodino
Per mille novantasei giorni, Sophia Hart era stata la moglie sostitutiva di Ethan Cross.
Non era stata la moglie amata né quella scelta: era semplicemente quella rimasta disponibile quando Mia, la figlia perfetta della famiglia Hart, aveva deciso che sposare Ethan per salvare un accordo commerciale fosse meno interessante che continuare a farsi desiderare.
Il giorno del matrimonio, suo padre Richard le aveva detto soltanto:
«Indossa il vestito e non crearci problemi.»
Diane, la matrigna, le aveva sistemato il velo con un sorriso affilato.
«Per una volta puoi renderti utile.»
Tre anni dopo, Sophia si svegliò in ospedale con la testa fasciata, il sapore del sangue in bocca e un documento di divorzio sul comodino.
Ricordava l’incidente a pezzi: il semaforo verde, il motore troppo vicino, una macchina scura da sinistra, l’urto, il vetro che esplodeva.
Poi vide Ethan.
Era sulla soglia, impeccabile nel suo completo grigio. Dietro di lui c’era Mia, le mani strette al suo braccio come se quella stanza fosse già il suo territorio.
«Finalmente sei sveglia,» disse Ethan.
Non: come stai?
Non: ho avuto paura.
Solo finalmente.
Sophia guardò il comodino.
«Quello cos’è?»
Ethan prese il fascicolo.
«L’accordo di divorzio. I tre anni sono finiti. Hai fatto la tua parte, io ho fatto la mia. Non serve trascinare questa storia oltre.»
Mia sorrise.
«Il medico ha detto che devi solo riposare. Non c’era bisogno di tutto questo dramma.»
Sophia aveva la tempia ancora sporca di sangue secco, un braccio pieno di lividi e un dolore profondo dietro le costole, ma per Mia il problema era il dramma.
«Vuoi che firmi adesso?» chiese.
«Sì,» rispose Ethan.
«Sono sotto osservazione per un trauma cranico.»
«Non esagerare.»
Qualcosa dentro di lei si spezzò senza rumore. Non il cuore: quello si era rotto molto prima. Si spezzò l’abitudine di giustificarlo.
Sophia allungò la mano.
Ethan le porse subito il fascicolo, troppo in fretta.
Lei lo aprì e lesse. Le cifre erano pulite, ordinate, offensive: una buonuscita abbastanza elegante da sembrare generosa agli estranei, ma ridicola per tre anni di matrimonio e per tutto ciò che la famiglia Hart aveva consegnato ai Cross attraverso di lei.
Poi arrivò alla clausola sui beni.
Lì sorrise.
Ethan lo notò.
«Che cosa c’è da ridere?»
«Vi siete dimenticati di una cosa.»
Mia strinse il braccio di Ethan.
«Quale cosa?»
Sophia indicò la clausola dodici.
«La casa di Maple Street.»
Ethan irrigidì la mascella.
«Quella casa non fa parte del nostro patrimonio matrimoniale.»
«Lo so. Era di mia madre.» Sophia sollevò lo sguardo. «Proprio per questo voglio una rinuncia scritta da parte tua, di Industrie Cross e di qualunque società collegata. Nessuna ipoteca, nessuna garanzia, nessun diritto futuro.»
Per la prima volta, Ethan la guardò davvero.
Non con amore.
Con sospetto.
«Chi ti ha parlato di garanzie?»
Sophia sentì il dolore alla tempia pulsare, ma restò ferma.
Dunque c’era.
La casa di sua madre era finita in qualche carta che lei non aveva mai visto.
Mia rise troppo forte.
«Sei appena uscita da un incidente e già ti inventi complotti.»
«Forse. Allora non avrete problemi a mettere tutto per iscritto.»
Ethan fece un passo verso il letto.
«Sophia, non complicare le cose. Firma. Ti conviene.»
Lei lo guardò negli occhi.
Per tre anni aveva imparato a non farlo troppo a lungo. Aveva imparato il suo caffè, le sue camicie, gli ospiti da non dimenticare, le presenze di Mia da fingere di non vedere. Ma quella mattina, quando aveva aperto gli occhi, suo marito non le aveva posato accanto una mano.
Le aveva posato accanto una penna.
«No,» disse.
Ethan non sembrò capire.
«No?»
«Non firmo nulla in ospedale, non sotto farmaci, non senza un avvocato e non con la tua amante che mi sorride dal fondo della stanza.»
Mia scattò.
«Come osi?»
Sophia si voltò verso di lei.
«Con tre anni di ritardo, purtroppo.»
Ethan trattenne Mia e abbassò la voce.
«Non costringermi a diventare spiacevole.»
Sophia rise piano.
«Mi hai portato il divorzio mentre avevo ancora il sangue sulla faccia. Se questo era il tuo lato piacevole, non oso immaginare il resto.»
Prese la penna e scrisse sul margine della prima pagina:
Da esaminare tramite legale. Nessuna firma valida in data odierna.
Poi restituì il fascicolo.
«Quando il tuo avvocato sarà pronto a parlare con il mio, mi farai sapere.»
Mia impallidì.
«Il tuo avvocato? E da quando hai un avvocato?»
Sophia si lasciò ricadere contro il cuscino.
«Da quando ho smesso di essere educata.»
Ethan strinse il fascicolo.
«Non hai niente, Sophia.»
Lei chiuse gli occhi un istante. Quando li riaprì, la voce era bassa ma limpida.
«Mia madre diceva che le persone più pericolose sono quelle che credi non abbiano niente da perdere.»
Mia fece una smorfia.
«Tua madre è morta da anni. Smettila di usarla per fare la vittima.»
Sophia la guardò.
«Hai ragione. È morta da anni. Eppure continuate tutti a comportarvi come se ci fosse ancora qualcosa di suo da rubare.»
Mia sbiancò.
Ethan voltò appena la testa verso di lei.
Un gesto minuscolo.
Ma Sophia lo vide.
E capì che la freccia aveva colpito qualcosa.
L’infermiera entrò in quel momento.
«La paziente deve riposare. Le visite sono finite.»
«Sono suo marito,» disse Ethan.
Sophia non distolse gli occhi da lui.
«Per il momento.»
L’infermiera indicò la porta.
«Appunto. Per il momento può aspettare fuori.»
Quando la porta si richiuse, la stanza sembrò più grande.
Le mani di Sophia cominciarono a tremare solo allora.
Non era coraggio.
Non ancora.
Era sopravvivenza.
E, dopo tre anni, finalmente, le bastò.
