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Capitolo 2

La luce del mattino si riversò nel penthouse dei Delacroix, dorando ogni superficie lucidata con un bagliore ingannevole. Da fuori sembrava il paradiso: vetrate dal pavimento al soffitto, opere d’arte da milioni di dollari e l’illusione dell’armonia.

Ma dentro, sotto i pavimenti di marmo, qualcosa di marcio pulsava.

Aggiustai la spallina del mio abito di seta davanti allo specchio, costringendo il mio riflesso alla perfezione.

Rossetto rosso impeccabile.

Capelli lucidi.

Sorriso fisso.

Il tipo di sorriso che dice: *sto bene*. *Non sono scossa*.

Al piano di sotto, Juliette era sdraiata sul divano, avvolta in una delle camicie di Adrian come se fosse una corona.

Le gambe nude distese sui cuscini, un bicchiere di succo verde in mano.

Non alzò nemmeno lo sguardo quando entrai.

«Adrian preferisce le tende aperte al mattino,» commentò, indicando vagamente le pesanti tende chiuse. «Dovresti saperlo ormai.»

Le mie unghie affondarono nel palmo della mano.

«Hai ragione,» risposi con calma.

Attraversai la stanza e spalancai le tende, lasciando entrare una cascata di luce che la fece socchiudere gli occhi.

«Molto meglio, non trovi?»

Lei sorrise con sufficienza, ma nei suoi occhi balenò qualcosa.

Incertezza.

La conservai nella memoria come una gemma preziosa.

Nel pomeriggio seguivo Vivienne Delacroix mentre ispezionava la villa negli Hamptons insieme ai suoi architetti.

«L’ala est sarà ristrutturata per Juliette,» dichiarò Vivienne, con una voce fredda come vetro. «Un asilo nido, tre camere da letto, alloggi per il personale. Elena, coordinerai tutto con i designer.»

Annuii, prendendo appunti su un taccuino di pelle.

La segretaria perfetta.

Il fantasma perfetto.

«Sì, certo, Vivienne.»

Lei quasi non mi notò, troppo occupata a discutere di carta da parati e lampadari importati.

Ma io non stavo solo prendendo appunti.

Stavo catalogando ogni lusso, ogni decisione sconsiderata.

Prove di avidità.

Prove che avrei potuto usare quando sarebbe arrivato il momento.

Quando Juliette si fermò e posò una mano sul ventre, con un sorriso civettuolo, gli occhi di Vivienne si addolcirono di orgoglio.

«Ci darà degli eredi,» disse Vivienne ad alta voce, assicurandosi che io sentissi bene.

Sorrisi dolcemente, con labbra affilate come lame.

«Spero per voi che sia vero.»

Quella notte mi ritirai nel santuario che nessuno sapeva esistesse.

Dietro il falso pannello del mio armadio si nascondeva una stanza segreta: pareti coperte di mappe finanziarie, contratti appuntati con fili rossi, una rete di connessioni che solo io comprendevo.

Aggiunsi un nuovo dossier.

Un contratto non ancora firmato da **Arthur Moreau**, il padre di Juliette.

La sua azienda stava affondando nei debiti, disperata per un salvagente.

Quel salvagente l’avevo preparato io.

Sembrava salvezza.

In realtà era un cappio nascosto tra le righe.

Quando lo avrebbe firmato, la famiglia Moreau sarebbe stata in debito con me.

E io sapevo bene che il debito era più affilato di qualsiasi coltello.

A cena Adrian arrivò tardi, la cravatta allentata, Juliette radiosa al suo fianco.

Non mi guardò nemmeno mentre si versava da bere.

Non notò neppure che il mio sorriso non vacillava mai.

«Tesoro,» dissi piano, facendogli scivolare il bicchiere sul tavolo. «Oggi mi sono occupata dei piani per la villa. Tutto quello che Juliette vuole sarà pronto.»

Juliette sorrise con arroganza.

Ma Adrian si fermò per un istante, un lampo di sospetto negli occhi.

«Bene,» disse infine, bevendo a grandi sorsi.

Credevano che fossi docile.

Credevano che fossi distrutta.

Ma dietro la mia maschera stavo affilando la lama.

E presto avrebbero sanguinato.

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