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Capitolo 02

Nel cuore della notte, Lillia fu colta all’improvviso da una febbre altissima.

Il suo visino era rosso come il fuoco, il corpo bollente, e tra le labbra tremanti uscivano singhiozzi confusi:

«Papà… papà…»

Quelle parole sussurrate nel sonno erano come lame affilate che mi tagliavano il cuore, una dopo l’altra.

La portai d’urgenza in ospedale.

Ma la febbre non accennava a scendere.

Persi la calma.

Chiamai Vincent una volta, due, dieci volte.

«Il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile…»

Quella voce femminile, fredda e meccanica, divenne l’unica colonna sonora della mia notte di disperazione.

Solo verso mezzogiorno del giorno seguente, quando finalmente la febbre di Lillia era scesa, la chiamata passò.

«Vincent!»

La mia voce era roca, spezzata dal pianto. «Lillia ha avuto la febbre alta, io…»

Non mi lasciò finire.

«Sono occupato.»

Il suo tono era impaziente, irritato. «Sally ha delle reazioni forti alla gravidanza, è appena svenuta. Puoi smetterla di disturbarmi per queste sciocchezze da bambini?»

Sciocchezze?

In sottofondo arrivò la voce debole e civettuola di Sally:

«Vincent… ho paura, non andartene…»

La sua voce cambiò all’istante, diventando di una dolcezza che non avevo mai sentito prima.

«Va bene, resto qui.»

Poi tornò gelido con me:

«Se tua figlia ha un problema, portala dal medico! Lucy, io sono l’Alpha del Dark Night Pack, non il tuo dottore personale!»

«Bip— bip— bip—»

La linea cadde.

Quel suono secco fu come un martello che frantumò l’ultimo briciolo di speranza che avevo.

Si era dimenticato che Lillia…

era anche sua figlia.

E aveva scelto di diventare il “guardiano esclusivo” di un’altra donna.

L’unica fortuna fu che la febbre di Lillia alla fine scese.

Ma quella malattia sembrò portarsi via anche l’ultimo legame che la teneva vicino a me.

Non mi chiedeva più di raccontarle storie.

Quando provavo a toccarle la fronte, girava istintivamente la testa per evitarmi.

Disse che mi odiava.

Che se non fosse stato per me, papà sarebbe tornato a casa.

Il giorno del suo compleanno, Vincent tornò finalmente.

Il campanello suonò, e Lillia corse verso la porta come un uccellino felice.

Dietro Vincent, c’era Sally, sorridente e aggraziata.

«Buon compleanno, Lillia!»

Vincent le porse quel castello di cristallo in edizione limitata di cui parlava da mesi.

Gli occhi di Lillia si illuminarono all’istante.

«Grazie, papà!»

«Brava.»

Vincent le accarezzò la testa con naturalezza.

Solo allora Sally si avvicinò.

Dalla sua borsetta tirò fuori un semplice fermaglio di cristallo.

«Lillia.»

Si accovacciò davanti a lei e le sistemò personalmente il fermaglio tra i capelli.

«La zia non ha nulla di prezioso. Questo fermaglio proteggerà la nostra piccola principessa e le porterà pace e felicità per sempre.»

Mia figlia la guardava con occhi pieni di ammirazione.

Era uno sguardo che non vedevo da molto tempo.

Uno sguardo che… avrebbe dovuto essere rivolto a una madre.

Non disse nulla.

Sfiorò solo il fermaglio con le dita e annuì con forza.

In quell’istante capii.

Sally, con quelle attenzioni insignificanti e quei piccoli favori, aveva rubato il cuore di mia figlia.

Ed era per questo che era successo.

Quel desiderio di compleanno…

quello che mi aveva trafitto il cuore come mille frecce.

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