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Capitolo 03 Victoria Shaw

Victoria Shaw arrivò alle nove in punto, quando l’infermiera aveva appena tolto il vassoio della colazione e io stavo cercando di fingere che il caffè d’ospedale non sapesse di cartone bagnato.

Entrò senza fretta, con un tailleur nero tagliato alla perfezione, una cartella sottile sotto il braccio e l’aria di una donna che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi obbedire. Non portava gioielli vistosi, non sorrideva per cortesia, non mi guardò come una malata. Questo, più di tutto, mi piacque.

«Signora Whitmore,» disse, stringendomi la mano. «Marcus mi ha spiegato la situazione. Mi dispiace per ciò che sta vivendo, ma non perderò tempo a compatirla. Abbiamo cose più utili da fare.»

Per la prima volta da ventiquattr’ore, sentii qualcosa che somigliava a gratitudine.

Victoria si sedette, aprì la cartella e dispose tre fogli sul tavolino accanto al letto.

«Prima regola: da oggi nessuna reazione impulsiva. Non affronti suo marito, non minacci la signora Ashford, non cancelli messaggi, non modifichi screenshot. Ogni prova va conservata nel modo corretto, altrimenti l’avvocato di Daniel cercherà di trasformare la verità in confusione tecnica.»

«Marcus mi ha detto che servirà certificare le immagini.»

«Esatto. Manderò un consulente forense digitale. Acquisirà i contenuti dal suo telefono e, se possibile, dal tablet su cui risulta ancora collegato l’account privato di Nicole. Date, metadati, indirizzi, catena di custodia. Voglio che nessuno possa sostenere che lei abbia fabbricato qualcosa in un momento di fragilità.»

Fragilità.

La parola non mi offese. Detta da lei non suonava come un giudizio, ma come un dato che bisognava impedire agli altri di usare contro di me.

«Seconda regola,» continuò. «Niente intercettazioni improvvisate. Niente microfoni nascosti in stanze dove lei non è presente. Possiamo usare messaggi, transazioni, fotografie, testimonianze, registrazioni di conversazioni a cui lei partecipa, nei limiti consentiti dalla legge. Ma non regaleremo a Daniel un argomento per dire che la parte scorretta è lei.»

Annuii.

«Capisco.»

Victoria mi studiò per un momento, poi fece scorrere verso di me il terzo documento.

«Marcus ha già avviato una prima verifica patrimoniale. Ufficialmente Daniel dichiara un patrimonio di circa ottantasei milioni. In realtà, tra società veicolo, conti esteri, fondi collegati e partecipazioni non dichiarate, la cifra potrebbe essere quasi il doppio.»

La gola mi si chiuse.

«Mi diceva sempre che dovevamo essere prudenti. Che le cure costavano, che il mercato era instabile.»

«Daniel Whitmore ha usato la prudenza come linguaggio di controllo.» Victoria voltò pagina. «Negli ultimi sei mesi sono usciti almeno due milioni e trecentomila dollari verso conti riconducibili a Nicole Ashford o a entità create per suo beneficio.»

Per un istante vidi di nuovo il bracciale Cartier al polso di Nicole, la casa a Malibu, la sua mano sul ventre.

«E il testamento?»

Victoria non distolse lo sguardo.

«C’è una bozza non ancora firmata. La nuova versione riduce drasticamente la sua posizione e crea una struttura a favore di Nicole e del figlio che aspetta. Non è esecutiva, ma dimostra intenzione. E l’intenzione, quando è accompagnata da trasferimenti di denaro e occultamento di beni coniugali, pesa.»

Chiusi gli occhi.

Daniel non mi stava solo tradendo. Stava preparando il mondo a continuare senza di me, con la stessa casa, lo stesso denaro, lo stesso cognome, ma un’altra donna al mio posto.

«Che cosa devo fare?»

Victoria richiuse la cartella.

«Guarire, prima di tutto. E fingere. Daniel deve credere che lei sia ancora la moglie stanca, confusa e fiduciosa che ha lasciato ieri sera. Più si sentirà al sicuro, più parlerà. Più parlerà, più ci aiuterà.»

Il telefono vibrò.

Nicole.

Guardai lo schermo come si guarda un insetto velenoso sul cuscino.

Victoria lesse il nome e sollevò appena un sopracciglio.

«Risponda. Non la provochi. La lasci recitare.»

Attivai la chiamata.

«Sarah?» La voce di Nicole era morbida, piena di miele. «Tesoro, come ti senti oggi? Pensavo di passare domani con quella zuppa che ti piace. Quella del locale a SoHo.»

«Sono solo stanca,» dissi. «Ma mi farebbe piacere vederti.»

«Certo che vengo. Sei la mia famiglia.»

La mia famiglia.

Victoria prese una penna e scrisse una sola parola sul margine del foglio: Continua.

Inspirai piano.

«Nicole, posso chiederti una cosa strana?»

«Tutto.»

«Secondo te, quando una persona mente per molto tempo, lo fa perché è cattiva o perché ha paura?»

Dall’altra parte ci fu una pausa brevissima, quasi niente. Ma io la sentii.

«Dipende,» disse Nicole. «A volte le persone mentono perché pensano di proteggere qualcuno.»

«Anche se fanno male?»

«Soprattutto allora, forse.» Rise piano, con una leggerezza troppo studiata. «Perché queste domande? I farmaci ti rendono filosofica?»

«Forse sì.»

«Riposa, sorellina. Domani mi occupo io di te.»

Quando riattaccai, Victoria mi guardava con un’espressione indecifrabile.

«Bene,» disse. «Non abbastanza per un tribunale, ma abbastanza per capire che ha paura.»

Io fissai il telefono.

«Domani verrà qui.»

«Lo so.»

«E io dovrò sorriderle.»

Victoria si alzò.

«No, Sarah. Lei dovrà lasciarla credere che il sorriso sia ancora suo.»

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